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La riforma Y
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di Mario Cicala
I processi di riforma, progressisti o conservatori, concertati o
meno, creano sempre malcontenti. Per questo motivo bisogna diffidare
da posizioni monolitiche a favore o contro ogni tipo di mutamento.
Nell’affrontare il tema del processo di trasformazione che ha
investito l’Università, è necessario tenere in considerazione un
elemento che caratterizza questa struttura ovvero il forte
corporativismo presente al suo interno. Proprio a causa di questo
fattore il mondo universitario si è trovato sprovvisto di proposte
alternative ad un cambiamento che lo ha travolto.
Il processo di riforma universitaria comprende una serie di
provvedimenti volti a risolvere alcuni nodi cruciali che da tempo
ormai strozzavano una vecchia struttura universitaria, incapace di
soddisfare una domanda in forte crescita che dagli anni ’50 al 2000
era passata da 230.000 studenti iscritti a quasi 2 milioni. Gli
obbiettivi principali della riforma del “3+2” erano:
1.
Una riorganizzazione della struttura che
consentisse la divisione dell’apprendimento in due fasi, una
metodologico – culturale l’altra professionalizzante –
specialistica.
2.
La diversificazione dell’offerta formativa
3.
La creazione di uno spazio europeo del
sapere, secondo gli accordi di Sorbona e Bologna.
4.
L ‘incentivazione della mobilità studentesca
5.
L’abbreviazione del tempo medio per il
conseguimento della laurea (che prima della riforma era di 7,2
anni)
6.
La riduzione degli abbandoni che col vecchio
sistema superava il 60% degli studenti immatricolati
Il decreto ministeriale 509\99, la cosiddetta “Riforma del 3+2”,
possedeva però due difetti intrinseci:
-
La necessità di
attivare i nuovi Corsi a costo zero.
-
La mancata
obbligatorietà dei requisiti minimi (rapporto studenti / docenti,
strutture e servizi) all’attivazione di un Corso
Secondo questi due criteri le Facoltà che avrebbero voluto attivare
un Corso avrebbero dovuto possedere già le risorse necessarie o in
caso contrario avrebbero dovuto trovarle “all’esterno”. Senza
esprimere un giudizio etico su questo meccanismo, bisogna constatare
la condizione sfavorevole dalla quale partivano le Facoltà
umanistiche. Inoltre non ci si era posti il problema della “bomba”
che questo sistema avrebbe innescato. Si è passati da 2444 Corsi nel
2000\01 a 3817 nel 2002/03, molti dei quali erano già privi in
partenza di un solido e lungimirante progetto e nascevano senza
alcuna connessione con il territorio. E’ accaduto anche che Facoltà
differenti abbiano attivato Corsi di Laurea simili, questo anche a
causa della mancata incentivazione della realizzazione di Corsi di
studio interfacoltà .Di questi corsi di recente attivazione solo
una parte raggiunge almeno il 50% di copertura dei requisiti
minimi.
Un altro difetto sta nel non aver regolamentato il sistema dei CFU
in modo da evitare l’eccessiva frammentazione avvenuta inizialmente.
Quello che doveva essere un’unità di misura in alcune realtà è
divenuto un vero e proprio scopo per gli studenti, che alla qualità
degli studi hanno sostituito una corsa contro il tempo alla
disperata ricerca di CFU a buon mercato.
Non solo critiche possono essere mosse contro questa riforma se
teniamo conto:
§
Dei vari tagli ai Fondi per il
Funzionamento Ordinario da parte del nuovo governo
§
Del blocco delle assunzioni
§
Di una certa incapacità da parte di
molte Facoltà nel comprenderne i meccanismi e nell’attuarla. Alcuni
Atenei infatti sono riusciti ad applicarla con ottimi risultati,
sebbene si tratti, nella maggior parte dei casi, di Atenei che già
da prima godevano di un’ottima gestione (tra questi Firenze, Pisa,
Siena, Urbino, Roma IUSM, Ferrara)
Oggi c’è qualche preoccupazione in più visto che tra un anno si
cambierà modulo. La “riforma del 3+2” verrà sostituita dalla
“riforma dell’1+2+2”. Al di là della denominazione, il Decreto
Ministeriale 270/04, introdotto dal Ministro Moratti è in realtà un
insieme di modifiche alla 509/99. Il vero stravolgimento del
“sistema formazione”, il Ministro vuole compierlo con “la riforma
dei cicli” e con il “DDL sullo stato giuridico e sul reclutamento di
professori e ricercatori universitari”. Ci sono comunque dei punti
rilevanti di questo decreto che vanno attenzionati:
1.
Art.5, comma 1_ Con Decreto
Ministeriale si
possono motivatamente determinare variazioni in aumento o in
diminuzione delle ore previste da ogni CFU entro il limite del 20
per cento.
2.
Art.5, comma 6_ Si possono effettuare
delle verifiche sui crediti già acquisiti. Questo articolo si presta
a varie interpretazioni e se applicato in un certo modo potrebbe
innescare un meccanismo pericoloso per gli studenti, i quali
dovrebbero cercare di laurearsi nel più breve tempo possibile senza
dimenticare ciò che hanno imparato temporaneamente in vista
dell’esame. Qualcuno dovrebbe decidersi a trovare una soluzione
intermedia tra qualità e tempo, in modo tale da evitare di mettere
al mondo una generazione di “scoppiati” e schizofrenici o nel
migliore dei casi di ignoranti.
3.
Art.6_ Le varie Facoltà saranno tutte
tenute a stabilire dei criteri di ammissione, che prima venivano
richiesti “ove necessario”. Non si parla proprio di numero chiuso,
ma di un’adeguata preparazione di base che i Corsi dovranno
richiedere obbligatoriamente.
4.
Art.9, comma 2_ Richiede il possesso
dei requisiti minimi all’aperture di un Corso. Sicuramente un
deterrente per evitare la nascita di Corsi di laurea senza un numero
di docenti e delle strutture che possano garantire la qualità
dell’insegnamento
5.
Art.11, comma 7 a _ Il nodo cruciale
della questione, la “Y”. Si tratta di un anno in comune, soltanto
per i Corsi di laurea afferenti alla stessa classe o a gruppi
affini. In questo anno gli studenti condividerebbero
le
stesse attività formative di base e caratterizzanti comuni per un
minimo di 60 crediti prima della differenziazione dei percorsi
formativi prevista dall'articolo 3, comma 4. Questo articolo
prevede la biforcazione in un iter professionalizzante, che si
concluderà dopo tre anni , e un altro che invece durerà cinque anni
e avrà fine con il conseguimento della “laurea magistrale”
La 270/04 adesso e la 590/99 prima rappresentano due tentativi di
riforma
Nonostante il malcontento più volte manifestato dal mondo
universitario, lo stesso ambiente ha dimostrato una scarsa capacità
nell’intervenire attivamente e propositivamente all’interno dei
processi di riforma. Fino a quando gli “attori” staranno a guardare
o si limiteranno al semplice dissenso, questa “scena” non troverà la
via d’un vero cambiamento che porti la firma di tutte le componenti
dell’Università.
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