Omicidio Calipari: nessuna incriminazione

<<indietro

Di Bruno Urso

 

Nessuna incriminazione per i soldati che la sera del 4 Marzo spararono sulla macchina con a bordo la giornalista del “Manifesto” Giuliana Sgrena e due agenti dei servizi segreti italiani. La sparatoria procurò la morte dell’agente Calipari e il ferimento della Sgrena e dell’altro agente del sismi che era alla guida dell’autovettura.. Questo sarebbe il risultato dell’inchiesta italo-americana anticipato mercoledì sera dalla televisione americana Nbc.
La causa della sparatoria  sarebbe stato un fatale incidente, aggravato dal mancato rispetto da parte degli uomini dei servizi segreti italiani dei segnali di stop mostrati da un posto di blocco americano.

Dopo mesi di indagine i risultati sembrano confermare le prime versioni fornite dal governo americano.
Tutta questa versione si scontra irrimediabilmente con la versione della Sgrena, che aveva  presentato seri dubbi nel confermare che si trattasse di un normale posto di blocco americano, la Sgrena  smentisce la versione secondo la quale l’auto guidata dall’agente del sismi andasse troppo veloce, puntualizza che la strada dove avvenne il presunto incidente, non sarebbe  la strada che in tutti  questi giorni politici e commentatori  si sono affrettati a definire ad alto rischio, ma si tratterebbe di tutta altra  strada costruita gia ai tempi di Saddam Hussein (si pensa che servisse a mettere in comunicazione la residenza del sovrano con l’aeroporto) con il solo fine di far passare le auto delle varie delegazioni diplomatiche in tutta sicurezza. A questo punto diventa difficile spiegare cosa ci facesse l’auto su cui viaggiava la giornalista  in quello spazio riservato, in quanto se non fossero stati avvisati gli americani e la Sgrena non fosse stata accompagnata dalle alte sfere del sismi, da lì non sarebbe mai potuta passare, considerando che è spazio riservato solo ed esclusivamente a personale diplomatico.

Quanto alla modalità della sparatoria si potrebbe giungere a qualche conclusione avvalorata da fonti più scientifiche, se la macchina oggetto della sparatoria fosse data alla procura di Roma che indaga sulla faccenda, ma nonostante sia proprietà dello stato italiano, rimane sotto sorveglianza a Camp Victory , una base USA in attesa di essere consegnata.

In questi mesi molto è stato scritto sulla vicenda, presunti tentativi di sviare le indagini più o meno goffi come quello del sedicente ingegnere informatico e dell’avvocato Taormina e la pista anarco–insurrezionalista . La certezza di un’inchiesta che avrebbe portato in poco tempo a definire responsabilità e responsabili si fa sempre più effimera, ma già dalle prime battute si era percepito lo spettro del processo farsa del Cermis.

Aldilà di tutto, tralasciando tutte le discrepanze e le contraddizioni che questa vicenda porta con se,  risulta evidente che i militari americani godono di un’immunità  speciale sia in Iraq  che in altri paesi del mondo. Se l’Italia, uno dei maggiori alleati degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo, non riceve risposte convincenti , viene messa nella condizione di non poter avviare un’indagine autonoma,  vede assolti i responsabili della morte di uno dei suoi più importanti uomini dei servizi segreti, non possiamo non domandarci quale sorte sia toccata ai quei 100.000 irakeni morti in due anni di occupazione e quale sventurato incidente abbia colpito quei 300 uomini (di cui si ha documentazione) uccisi dal fuoco amico.