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Ossimori
palermitani. La narrativa di Santo Piazzese.
<<indietro
della prof. Rosaria Sardo
I gialli di Santo Piazzese, biologo e docente universitario
palermitano, si muovono agilmente tra ironia, retorica e
plurisensorialità e hanno conquistato nel tempo un pubblico
raffinato sia col congegno perfetto del meccanismo narrativo, sia
con una lingua “media”, appena colorita da regionalismi, mai
gratuiti, ottimo esempio di prosa italiana contemporanea.
I testi di Piazzese si nutrono della macrofigura dell’ironia e in
essa trovano solido fondamento. Giuseppe Traina, amico dell’autore e
attento studioso della sua opera, sottolinea come l’umorismo di
Piazzese sia «di razza anglosassone, più debitore a Woody Allen che
ad Andrea Camilleri, con un timbro e con un “tono” che fa pensare da
un lato all’Eco più ispirato e dall’altro alla riflessività
metaletteraria di Gesualdo Bufalino, mai superciliosa ma sempre
cordiale a ammiccante verso il lettore fedele – al quale Piazzese
riserva impercettibili paratestuali strizzate d’occhio».
Il protagonista dei primi due romanzi, Lorenzo la Marca, quasi un
colto e sornione alter ego di Piazzese, si muove disinvolto in una
Palermo labirintica e inedita, seguendo una colonna sonora mentale
che scandisce le sequenze della detective story. La Marca ammette
esplicitamente di avere il “vizio dell’ossimoro”, e di ossimori,
strutture chiastiche, anafore, anadiplosi, epanadiplosi, epifore,
paronomasie, polittoti, diafore, endiadi, enallagi, sono
allegramente nutriti i testi di Piazzese, caratterizzati da una
tessitura testuale fitta e da uno stile gradevolmente sperimentale e
assolutamente godibile.
Sotto l’intreccio giallo del primo romanzo, I delitti di via
Medina Sidonia, sta una Palermo descritta con memorabile
understament.
Dopo un incipit che rinvia per contrasto a quello articolatissimo
del Tristram Shandy:
«…le Breton, le Breton…, non
fu lui a dire che una storia ben ordinata dovrebbe cominciare con la
nascita del protagonista? Nel mio caso scordatevelo. (…). Se proprio
vi serve un protagonista, beh, diciamo che è il tempo, inteso come
weather of course (…) anche perché tutto sommato, la storia comincia
con una sciroccata, che del tempo atmosferico è contemporaneamente
la parte dramma e la parte commedia»,
la scrittura si snoda veloce al ritmo di blues, punteggiata da una
ricca serie di rimandi intertestuali e di intermittenze che
rimandano a più sfere percettive.
Memorie cinematografiche:
« Michelle Laurent, Doppio bacio
sulle guance. Noto aroma di Amazone (un bikini a fiori e un costume
da bagno nero da uomo, appesi ad asciugare contro un muro imbiancato
a calve. Accanto, ghirlande di pomodoro seccano e persiane blu,
semichiuse. Sole basso, verso l’ovest. Colonna sonora: una cicala
mezzosoprano, solitaria e intermittente. Uno spot dell’Ente Turismo,
più che un flashback; «sembro quasi bello, come dice di sé Peter O’Toole
nel film Ciao Pussycat»;
«Mi piace il suo portamento. È
super. E mi fa sempre scattare l’automatismo, perché ogni volta
penso alla famigerata battuta del film L’uomo che amava le donne»).
Memorie olfattive :
«Sono sempre stato sensibile agli
odori. Ho persino assunto il riflesso hispano della sniffata (prima
un riflesso; ormai, un rito): è un’annusata da paseo, lenta,
progressiva, ed essenziale(..) Nessuna se ne è mai accorta».
«I gelsomini e le plumerie e la
stephanotis sparavano emanazioni dense, quasi visibili, che si
combinavano nell’aria, e si separavano nelle mie narici, in una
cromatografia olfattiva persistente ed evocativa. O forse solo
immaginaria»;
«Sotto
casa un gay travestito da etero tentò un approccio per via
palpebrale (…)Odorava di essenza di tuberose, come la zia Carolina,
ma all’ingrosso. E se la zia Carolina avesse mai sospettato chi un
giorno mi avrebbe evocato il suo ricordo, ci sarebbe rimasta secca».
Memorie uditive:
«Mi sorpresi a fischiettarlo
mentalmente, Mood Indigo (La mia emittente dei piani superiori aveva
scelto la versione con Rose Mary Clooney vocalist», «Da qualche
minuto mi rintronava in testa la colonna sonora di Scandalo al
sole. Molti eventi delle mie giornate, ma anche i non-eventi,
sono marcati da una colonna sonora; interna, come in quel caso, o
esterna, quando metto in moto uno dei gingilli hi-fi che ho a casa»,
«Il fatto è che mentre finivo di
pensare all’impiccato, era partito l’assolo di tromba di strange
Fruit e Billie attaccava la prima strofa:»; «cominciai a insaponarmi
nella rarefazione vinilica di My funny Valentie, versione Chet Baker
per voce angelica e tromba».
Questi rinvii memoriali si
alternano fino a costruire un repertorio condiviso col lettore,
secondo le regole di un gioco di complicità tra amici che genera
coinvolgimento.
Non trascurabili sono poi le riflessioni metalinguistiche, spie di
una certa vena polemica nei confronti di un uso fin troppo azzardato
del dialetto come elemento folcloristico nella costruzione di certe
atmosfere “gialle”.
Altrettanto ricca e interessante è la testualità del secondo
giallo dell’autore palermitano. Nella Doppia vita di M. Laurent
la struttura del testo diviene più complessa con continui
flashback e flashforward e false partenze narrative
(«- Ti ci porto io – avevo detto a
Spotorno- mi viene di passaggio./ E non mi veniva affatto di
passaggio./ Sono le frasi dall’apparenza più innocua quelle che
celano dentro di sé i più subdoli inneschi a orologeria.». «Ma forse
è meglio se prima di continuare con la storia del morto ammazzato,
della ugro-finna, della vedovallegra, e tutto il resto, io racconti
com’è che mi trovassi a casa del signor commissario.»
Solo dopo due false partenze, infatti, c’è il vero incipit,
contraddistinto da un tipico rimando intertestuale in chiave ironica
(«Dunque, era una notte buia e
tempestosa, che ci posso fare? Buia nera. E tempestosa senza
rimedio. Ed io ero confuso») .
Dopo l’antefatto, con abile ripresa anaforica del flashback iniziale
(«E fu allora che si verificò
l’accidente: - Ti ci porto io- dissi- mi viene di passaggio»),
il narratore in prima persona, ancora il biologo Lorenzo La Marca, è
pronto per dare l’avvio alla narrazione vera e propria e al casuale
incontro con un morto ammazzato che morto ammazzato non è, come si
scoprirà verso la fine del giallo.
Col Soffio della valanga del 2002 lo sperimentalismo di
Piazzese si fa più ardito e coinvolge anche il sistema del rapporto
parlato/scritto con rese testuali d’impatto. La punteggiatura
tradizionale lascia il posto ad una più funzionale a un ritmo
narrativo molto vicino all’oralità. La prima persona scompare e
anche il protagonista cambia. Lorenzo La Marca, smaliziato, ironico
e cool, rimane sullo sfondo del romanzo per far spazio a
Vittorio Spotorno, meditabondo e assorto commissario di polizia, suo
amico e compare d’anello. Si rinuncia alla serialità, quindi, ma non
alla continuità tematica e di ambientazione. Si scoprono altri
angoli di Palermo, nascosti, segreti, altri mondi palermitani e
soprattutto il microcosmo culturale mafioso, osservato da una
particolarissima prospettiva. Neppure stavolta si tratta di delitti
di mafia bensì di delitti di sentimento, di passione, di cuore nati
in ambiente mafioso. Ancora una scelta controcorrente.
Anche nel terzo romanzo la scrittura di Piazzese, sempre
imprevedibile, conquista il lettore con un intreccio ritmato su un
jazz malinconico, proiezione e riflesso di impenetrabili atmosfere
dense di mistero.
Ndr: Santo Piazzese terrà un laboratorio ("scrivere in
giallo") per i ragazzi della Facoltà di Lettere nei giorni
18 e 29 Aprile dalle ore 15 alle 19 in auditorium.
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