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Quale papa per quale sfida?
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di Giovanni Bronzino
Adesso ci siamo: è l'ora del conclave. Dopo oltre 26 anni in
Cappella Sistina un manipolo di cardinali della Chiesa Cattolica
Apostolica Romana, si porrà il problema di quale guida spirituale e
politica darsi dopo Wojtyla. La domanda se la porranno dal 18 aprile
in 115, ma per quasi tutti sarà la prima volta. A parte un paio di
cardinali nominati da Paolo VI, come il decano Ratzinger, gli altri
devono la berretta porporata al pontificato di Giovanni Paolo II e,
quindi, non hanno mai partecipato ad un conclave. I magnifici 115
hanno avuto parecchi giorni per conoscersi e, diciamolo, per
approcciare una campagna elettorale oscura a tanti. Chi è papabile
seriamente? Su quali nomi verterà la sorte cromatica delle
tradizionali fumate? In verità è difficile a dirsi e conta fino a un
certo punto. Il conclave non sceglierà il più fotogenico per gli
angelus della domenica, né colui che sa meglio usare il web per
comunicare con i fedeli nel mondo. Qui si tratta di capire cosa
farne della Chiesa che verrà.
Tanti hanno gridato istericamente o con modi da stadio un'immediata
santità per Wojtyla (il caro vecchio "furor di popolo"), ma si
trattava di gente comune affascinata da quel che del papa si poteva
"toccare" attraverso i media. Il clero, invece, conosce un'altra
storia. Dopo un papato più da padre eterno che da santo padre, oltre
a un testamento, Giovanni Paolo II lascia in eredità un
cattolicesimo in crisi di adesioni ed risorse economiche. E tutte le
ragioni per cui occorreva nel 1978 un papa polacco sono
definitivamente venute meno. Dunque è da qui che il conclave
partirà. Anzi, è già partito. Già nelle dieci congregazioni
preconciliari, si sono definitivamente delineati tre
macroschieramenti, ognuno portatore di visioni e idee del mondo per
dare una via d'uscita alla crisi vaticana.
Come ogni associazione di persone che esista (un condominio, un
partito, un parlamento, ecc.), anche il conclave presenta una destra
conservatrice, una sinistra progressista e un centro moderato. La
"maggioranza uscente" è essenzialmente di destra e ha in Ratzinger e
Ruini i loro personaggi di spicco. I due, ma specialmente il
tedesco, hanno prospettato ai colleghi porporati di tutto il mondo
una chiesa da rivoluzionare in chiave conservatrice, continuando a
fare terra bruciata dell'epoca progressista del Concilio Vaticano II.
Per i conservatori la Chiesa dovrà avere come priorità la guerra
all'Occidente e al suo modo di vivere, a loro dire, dissoluto perché
sempre più distante da Dio. Quindi ci vuole un pontificato che
faccia piazza pulita del clero non proprio in linea con le nuove
direttive, una rivalutazione totale del momento liturgico e della
catechesi e un maggior impegno missionario e mediatico. Un Chiesa al
centro dell'attenzione e punto di riferimento severo per ogni azione
politica e sociale che si voglia fare.
La linea conservatrice viene duramente avversata dai progressisti
come Carlo Maria Martini e Clàudio Hummes. I progressisti vorrebbero
una chiesa più discreta che anziché far guerra all'uomo laico
dell'Occidente, sappia condurre dure battaglie contro le guerre di
qualunque tipo, per la giustizia, la salvaguardia del creato e a
fianco degli ultimi. Una chiesa che migliori i meccanismi di
celibato del clero e che sia capace di dare la comunione anche ai
divorziati risposati. Una Chiesa possibilmente più collegiale e
democratica, senza più papi re, come lo è stato Wojtyla. Tuttavia i
progressisti sembrano che in conclave si siano notevolmente ridotti
e non saranno capaci nemmeno di influenzare le votazioni che si
terranno in cappella.
Va comunque ricordato che sarà papa il primo che conquisterà 77
consensi, i 2/3 del conclave. Se i progressisti sembrano senza
speranze, anche i conservatori alla Ratzinger sembrano avere qualche
difficoltà.
Ago della bilancia potrebbe risultare essere il centro moderato.
Moderati sembrano essere Angelo Sodano e Giovanni Battista Re, ma
soprattutto Dionigi Tettamanzi, autocandidatosi anni fa e molto
vicino ai progressisti, ma a cui preme lasciare tutto essenzialmente
immutato. Sodano e Re sembrano però essere abbastanza sedotti dalle
idee conservatrici, ma pare che tenteranno azioni di disturbo in
conclave.
Che succederà? Lo si capirà meglio dopo la prima votazione del 18
aprile sera. Solo allora si capirà il valore reale di partenza di
ognuno. Nel 1978 Wojtyla emerse solo al quarto scrutinio con cinque
voti e si impose papa all'ottava votazione con 99 voti su 111
votanti, togliendo ogni speranza al papabilissimo Benelli, papa
mancato al secondo scrutinio per un voto.
Speriamo solo che la berretta bianca vada a chi possa sporcarla il
meno possibile.
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