Premessa                                                                                                                                                         <<indietro

 

Analizzando l’odierno panorama musicale e confrontandolo con quello dei decenni passati, balza all’occhio una grande differenza: la mancanza di importanti figure di spicco; intendiamoci, esistono grandi musicisti, ma mancano quelle figure carismatiche e trascinanti capaci di entrare nell’immaginario collettivo; Bob Dylan, Bono Vox, Robert Plant, per citare qualche mostro sacro, sono comunque personaggi appartenenti alla vecchie generazione di musicisti. Come mai dunque i miti non esistono più?

Cercheremo di capirlo analizzando i più importanti casi di mitizzazione.

JIM MORRISON – Poeta oltre i limiti

di Sergio Sallicano

La figura di Jim Morrison ha goduto dei giusti riconoscimenti solo post-mortem; in vita, il celebre cantante dei Doors è stato perseguitato politicamente dal governo Americano, nel tentativo di reprimerne le spinte innovative e liberali; l’enorme influenza che la rock star aveva sulle masse era mal tollerata dai potenti dell’epoca, i quali finirono per dipingerlo quasi come un potenziale leader rivoluzionario; una sorte toccata a molti altri illustri colleghi di Jim.

Di lui quasi tutti oggi ricordano il famoso soprannome di Re Lucertola, i salti sul palco come un folle dio del rock, agitando l’asta del microfono e inveendo contro la polizia; solo da pochi anni si sta finalmente riscoprendo e rivalutando la vera essenza del personaggio, quella di grande poeta del suo tempo, capace di inquadrare perfettamente i mali della sua epoca e di inserirsi in un contesto poetico di tutto rispetto.

Gli eccessi e le cronache mondane collegati alla figura di rock star ne hanno alterato la percezione della vera natura, svilendone l’arte; in realtà il merito più grande di Jim Morrison, e mai riconosciuto durante la sua esistenza, è stato quello di comporre splendidi versi poetici ispirati da una grande voglia di esplorare la vita in tutte le sue sfumature.

                         

Sono interessato a tutto ciò che concerne la rivolta, il disordine, il caos, e in particolare alle attività che sembrano non avere alcun senso.”

Al contrario di quanto si possa credere, James Douglas Morrison era uno studente brillante ed originale, stravagante e taciturno, estroso ed al tempo stesso molto chiuso in quel suo mondo tutt’ora in parte incomprensibile. Divoratore di libri, amante della filosofia, del cinema e della poesia, si laureò all’UCLA, la prestigiosa università di Cinematografia di Los Angeles.

Era un beatnik, amava la Beat Generation e i suoi maggiori esponenti (autori come Kerouac e Ginsberg), il Jazz, l’R&B ed il Blues; spendeva tutti i suoi soldi in libri e abiti di seconda mano.

Provava grande ammirazione per gli scritti del filosofo tedesco Nietzsche, in particolare per il suo duro attacco alle convenzioni sociali e al concetto di moralità, e proprio da quegli scritti trasse la convinzione secondo cui ciò che non ti ammazza ti rende più forte.

Amava la poesia di Arthur Rimbaud, famoso poeta francese appartenente a quella stretta cerchia di poeti definiti “maledetti”, e se ne considerava un vero e proprio discepolo; a tal punto da essere quasi sempre sotto effetto di acido per attuare quel sistematico sregolamento dei sensi che lo stesso Rimbaud aveva applicato durante la sua breve vita.

Jim odiava inoltre qualsiasi tipo di autorità, a cominciare dalla figura paterna: il padre, infatti, diventato pezzo grosso della marina statunitense ed impegnato successivamente nella lunga e sanguinosa guerra in Vietnam, rappresentava tutti quegli ideali che il figlio detestava: ordine, sottomissione, guerra, violenza, privazione; al contrario, Jim aveva capito fin da ragazzino che la vera America non era quella bigotta e conservatrice del proibizionismo, della guerra e dei milioni di morti, bensì quella dei giovani, dei movimenti rivoluzionari, della libertà espressiva, della lotta contro la repressione, contro la modernità e la sete di potere, fuori dal conformismo dei potenti.       

Erano questi profondi sentimenti di libertà, di rivoluzione, di evasione dalla concezione comune delle cose, a spingerlo oltre quelle famose porte della percezione che lo avevano ispirato; era fermamente convinto che per comprendere e oltrepassare i limiti della realtà fosse necessario lasciarsi devastare dalle sue ferite e dai suoi veleni, vivendo così ogni stato fisico e mentale fino allo stremo sensoriale; e per spingersi oltre si serviva dell’effetto di allucinogeni, acidi, e droghe di qualsiasi tipo, anche se il suo più fedele amico rimarrà per tutta la vita l’alcol, una sorta di grande maschera tramite la quale riusciva a rifugiarsi dalla vita quotidiana e a scrivere poesie, pur mantenendo lo stesso la sua lucidità; Jim era infatti perfettamente consapevole del suo stato, come andava spiegando: “ogni sorso che bevi è una scelta; hai tante piccole scelte”.

Jim Morrison sapeva di avere una naturale predisposizione verso qualunque tipo di eccesso, e scelse di proposito il ruolo di folle Dioniso, assecondando ogni sua stravaganza.

 

“Ho dato tutto ciò che potevo, sono un poeta che racconta le sue storie e che canta i suoi versi. Se volete ascoltarmi tutti insieme, andremo lontano; se non vorrete ascoltarmi..”

Il rapporto con la musica non fu mai di totale amore; all’inizio fu tutto molto semplice e naturale, spontaneo quanto le sue parole: “Sentivo, nella testa, un concerto vero e proprio, con un gruppo di musicisti e un cantante e un pubblico, un grande pubblico. Le prime cinque o sei canzoni che ho scritto, stavo semplicemente prendendo appunti durante un fantastico concerto rock che si stava svolgendo nella mia testa. E una volta che le avevo scritte, quelle canzoni, dovevo cantarle”.

Jim aveva intuito il potenziale della musica, in cui potevano convogliare le sue passioni per la poesia, per il cinema e per la filosofia; sentiva di poter finalmente liberare la potenza dei suoi versi poetici, declamandoli davanti a migliaia di giovani americani intorpiditi dalle regole sociali, ora sussurrando ora urlando, contorcendosi come un folle sciamano indiano (del quale credeva di avere dentro di se lo spirito acquisito da bambino durante un incidente automobilistico).

 

Durante gli spettacoli dei Doors, Morrison instaurava una sorta di orgia spirituale con il pubblico, completamente rapito dalla musica ipnotica della band e dal suo fascinoso erotismo; fungendo da catalizzatore, Jim assorbiva tutte le emozioni in sala, convogliandole nelle sue urla, nei suoi spasmodici gesti. Non erano semplici concerti, bensì rappresentazioni teatrali ispirate al Living Theater.

Alla base di queste grandi performance vi era la volontà di suscitare delle reazioni vere e genuine nel pubblico, costringendolo a liberarsi degli schemi imposti dalle autorità; il fine ultimo non era affatto organizzare una grande rivolta, ma far emergere i turbamenti, le pulsioni e gli istinti dagli spettatori in sala. Era la vera libertà mentale e fisica il più grande obiettivo, come egli stesso affermava: “Non sono pazzo, sono interessato alla libertà”: i concerti si trasformavano in veri e propri rituali di purificazione.

Tutti questi elementi innovativi esercitano ancora oggi una grandissima influenza nel panorama musicale: le urla, i gemiti, i pantaloni di pelle, i capelli lunghi, l’erotismo, sono particolari che ormai risultano assolutamente banali e ordinari, avendo perso quel contenuto innovativo e provocatorio che li contraddistingueva negli anni ’60, quando l’inguine di Jim, perfettamente intuibile sotto i pantaloni attillati, faceva scalpore a tal punto da fargli rischiare una condanna per atti osceni (ed in effetti dovette subire numerosi processi per questo motivo).

Di quest’arte dionisiaca e innovativa oggi sono rimasti solamente alcuni pezzi dell’armatura, andandone perduta la vera forza motrice.

 

Non serve strappare le pagine della vita, basta saper voltar pagina e ricominciare.”

Il declino musicale iniziò nel momento in cui Jim si rese conto che la musica non poteva più consentirgli di esprimersi davvero; gli spettatori si liberavano delle autorità convenzionali, ma finivano per sostituirle con l’autorità-Morrison, sul quale iniziavano a pesare le enormi aspettative di un pubblico che aveva smesso di ammirarlo per la musica e per la grande capacità comunicativa, ed era ormai in balia della sua bellezza e della sua enorme carica erotica; la folla era pronta a sopportare anche gli insulti pur di vedere il Re Lucertola in azione. Essere diventato la nuova autorità del suo pubblico rappresentava un grosso passo indietro per Jim, la cui idea di musica purificatrice era ormai lontana e annientata. I suoi veri interessi erano stati da sempre orientati verso la sua poesia, di cui conosceva il valore, ed il forte bisogno di comunicare attraverso la sua arte era la sola cosa che importasse davvero, dato che fama e ricchezza non gli erano mai veramente interessate.

E’ da questo periodo in poi (1969) che Jim inizierà a cambiare drasticamente look, allontanandosi definitivamente da tutti quegli elementi che lo avevano caratterizzato, facendosi crescere la barba nel tentativo di camuffarsi (tentativo che verrà ulteriormente rafforzato quando, insieme alla sua psicotica compagna Pamela Courson, decideranno di trasferirsi a Parigi); chiuso un capitolo importante della sua vita, se ne aprirà uno nuovo (e breve purtroppo) che si concluderà il 3 luglio 1971 in una stanza parigina, in una vasca.

 

Ciascun giorno è farsi un giro nella storia.”

Il consueto processo di mitizzazione delle rock star e la naturale avversione di certi intellettuali verso il mondo musicale ha allontanato nel tempo la figura di Jim Morrison dalla sua vera essenza, quella di poeta, e poeta di talento. Una qualità che gli è stata riconosciuta solo recentemente, a 30 anni dalla sua morte.

Sebbene egli verrà probabilmente ricordato per sempre come una delle più grandi rock star della storia della musica, quello che per molti rappresenta ancora oggi un dettaglio sappiamo essere ormai la vera natura del personaggio: James Douglas Morrison era un grande poeta, e tale ha continuato a considerarsi egli stesso fin quando ha avuto fiato in corpo.

 
 

Ti dirò questo, nessuna ricompensa eterna ci perdonerà adesso per aver sprecato l'alba.”

 

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