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AFTERHOURS
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BALLATE PER PICCOLE IENE
(2005, Mescal)
A cura di Vittorio Bertone -
www.ilcibicida.com
TRACKLIST:
1 La sottile linea bianca
2 Ballata per la mia piccola iena
3 E’la fine la più importante
4 Ci sono molti modi
5 La vedova bianca
6 Carne fresca
7 Mettete in polvere
8 Chissà com’è
9 Il sangue di Giuda
10 Il compleanno di Andrea
La recensione perfetta è neutrale, terza,
pacata, puntuale nel misurare con lucidità pregi e difetti, contenuta.
Questo teorema è applicabile al 90% della produzione musicale attuale,
ma come comportarsi quando si ci trova di fronte a lavori come
Ballate Per Piccole Iene? Succede che i toni pacati, gli equilibri
del saper scrivere, le frasi convenzionali, vengono messe da parte,
facendo largo all’onda emozionale e alle considerazioni personali,
anche quelle più astratte. Gli Afterhours, Manuel Agnelli,
racchiudono in soli quarantaquattro minuti, distribuiti in dieci
tracce, tre anni (tanti ne sono passati dalla pubblicazione di
Quello che non c’è) di storie personali e non, partendo da un
preciso quid concettuale: la figura della iena, un animale
estremamente aggressivo, “approfittatore”. Se nell’album 2002 era
chiaro un riferimento alla dialettica interrotta tra l’uomo e il dio
interlocutore, qui l’analisi parte dal basso, da considerazioni “intervivos”,
amare, violente, negative, estreme. La band abbandonato l’ambiente
metropolitano milanese, si rifugia in quel di Catania dove, tra il
maggio e il giugno 2004, coadiuvati da Greg Dulli (Twilight Singers)
alla produzione artistica, da vita al quinto episodio della sua
storia. Lo stile degli Afterhours è inconfondibile, nonché
personalissimo; pochi secondi e il bus introspettivo è già in
partenza: La sottile linea bianca, apre le danze, facendosi
largo in un crescendo soffocato quasi fosse un harakiri, la cui
sepoltura è affidata, in conclusione, alle note del piano di Dulli.
Dopo il primo ascolto Ballata per la mia piccola iena è già un
classico; un testo pesante, critico, spietato, d’(auto)accusa, segnato
da un ritmo “a chiazza” dalla rapida estensione. Il terzo brano E’
la fine più importante, introdotto dalla poderosa batteria di
Giorgio Prette, ha un delizioso retrogusto che rimanda alla prima fase
dell’esperienza Afterhours (quella pre Germi) , dalla
componente sonora marcatamente americana (Husker Du). Con Ci
sono molti modi l’io “compositore” e quello “autore” di Agnelli
superano se stessi in una simbiosi che va a sconvolgere, doppiamente,
l’ascoltatore, con le parole prima, con un suono elegiaco dopo.
L’incanto non accenna una fase calante: il basso di Viti modella una
composizione new wave, La vedova bianca, degna del miglior
Peter Hook (Joy Division), mentre le trame melodiche di Ciffo e
Dulli in Carne fresca rimandano ai Cure di Apart
(“Wish”, 1992). L’attacco di Mettete in polvere è probabilmente
quanto di più sublime si sia sentito negli ultimi due anni, mercato
straniero annesso, allo stesso modo Chissà com’è e Il sangue
di Giuda, completano l’alchimia perfetta, soprattutto se letti in
relazione al loro fortissimo impatto dal vivo, di quella che è la
progettazione tipica agnelliana. Chiude l’album quella che senza alcun
timore reverenziale, va scritta nei libri della musica come la
risposta italiana alla splendida Hurt dei Nine Inch Nails:
Il compleanno di Andrea. Nei testi di Agnelli, sempre più carnali
e disincantati, per le parole è un continuo rincorrersi e le canzoni
diventano cosi, semplici capitoli di un unico racconto, fatto di
situazioni, fatti, momenti, che vanno mescolandosi tra di loro;
numerosi i giochi di significato: “morire-uccidere-sopravvivere”,
“pulito-sporco”, “scorrere-sangue”, “arrendersi-minacciare”… etc. In
questa produzione niente viene lasciato al caso, nemmeno l’artwork del
libretto interno, inquietante, enigmatico e dannatamente elegante, in
particolar modo la cover frontale, diversa da copia a copia, che
ritrae i componenti della band oscurati ed integrati ad un corpo
femminile, quasi fossero statue rinascimentali. Chi siano le iene per
le quali gli Afterhours cantano e suonano, non ci è dato saperlo,
conosciamo i loro tratti, le loro vittime, il loro modus operandi, il
loro habitat, possiamo forse evitarle oppure restarne sedotti,
affascinati nel mare della mediocrità. Aspettando “l’edizione inglese”
registrata in contemporanea, concludiamo con quella che vuole essere
più di una semplice considerazione: “Ballate Per Piccole Iene” è
l’album che qualsiasi band in questo momento vorrebbe realizzare.
Capolavoro.
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