Non s’imprigionano le facoltà fisiche, mentali e sociali di bambini indifesi.

di Chiara D’amico

Una campagna contro lo sfruttamento del lavoro minorile, una forma di sensibilizzazione su una piaga dura a scomparire. E’ una voce, tante voci, che dicono “Basta”. Un’iniziativa, che si unisce alle altre, che in tutto il mondo ricordano il piccolo Iqbal Masih, a dieci anni di distanza dalla sua uccisione.

Una voce chiara e forte, decisa che si solleva dalla città di Catania, dove sembrerebbe quasi non esistere questo tipo di problematica, eppure c’è. Resta, però, invisibile a chi, di fatto, ha scelto di non spostare il proprio sguardo troppo altrove. Un’altrove sommerso da coloro “che ben pensano”, dalla società perbene che già troppo indaffarata cerca di mandare avanti l’impianto operativo di una macchina che dovrebbe garantire uguali diritti ad ogni cittadino, dignità e rispetto ad ogni singolo individuo che anima la città, ma che si riduce a ghettizzare sotto-realtà, che vivono nel degrado sociale e nell’incertezza economica.

E’ proprio in una di queste realtà che dieci anni fa un gruppo di volontari decide di autogestire uno spazio, insediandosi nel quartiere di Librino e creando un centro sociale che s’impegna in un progetto rivolto ai minori, i primi a scontare limitazioni sociali e culturali, e molto spesso economiche, prodotte oltre che da squilibri interni, da una pratica diffusa quanto comune che incatena gli abitanti della zona, ad etichette prettamente negative e difficili da sfaldare. Convinto che il contatto diretto e la comunicazione, quale forma di socializzazione e confronto, costituiscano un utile intervento che supplisca le tante disattese promesse, susseguitesi nel corso delle varie amministrazioni, il centro agisce concretamente nella realtà quotidiana, proponendo azioni dirette volte a rivendicare una maggiore giustizia e una più reale considerazione verso esistenze emarginate.
E’ con tale sentimento che il centro “Iqbal Masih”ha voluto ricordare il bambino pakistano, ucciso a soli 12 anni per aver gridato al mondo gli orribili soprusi che migliaia di bambini erano costrette a subire, promuovendo una campagna contro il lavoro minorile praticato all’interno della città. Un tour de force di due giorni, 15 e 16 aprile, le cui azioni principali sono state la distribuzione di un adesivo tra le varie attività commerciali e una raccolta di firme per l’intitolazione di una piazza ad Iqbal Masih. Una degna prova di memoria quest ultima, che risveglierebbe il ricordo di una vicenda avvenuta in un paese lontano dal nostro ma che come uomini civili macchia la nostra dignità collettiva.

Il paese di Iqbal Masih era il Pakistan, dove ancora oggi 500.000 piccoli schiavi annodano fili rannicchiati per dieci o dodici ore di seguito davanti ad a un telaio e talvolta addirittura incatenati. Iqbal era uno di loro. Costretto ad essere venduto a soli quattro anni dalla propria famiglia per il riscatto di un debito fatto con un fabbricante di tappeti, rimase per molti anni sotto le dipendenze del suo padrone, fino a quell’attimo in cui, grazie ad una fuga, percepì quel soffio di libertà che l’avrebbe condotto da lì in avanti ad una lotta, fatta di coraggio e resistenza. Girò il mondo, denunciò le pratiche di maltrattamento e schiavitù operate dai suoi sfruttatori. Iniziò a sognare, ad immaginare, costruendo con la fantasia un futuro migliore, dove tutti i bambini sarebbero andati a scuola e lui sarebbe diventato un avvocato per poter difendere i più deboli, e chi crede che la propria condizione di schiavitù sia l’unica esistenza possibile.

Ma fu ucciso il 16 aprile 1995.
Fu ucciso dalla mafia locale, con un colpo di fucile, in una domenica di primavera, mentre pedalando sulla sua bicicletta si lasciava accarezzare da quel soffio di libertà a lungo sospirato.

Gli industriali pakistani dei tappeti, temendo per la loro reputazione e per il loro giro d’affari, dichiarano oggi di non utilizzare il lavoro forzato, e affermano di impiegare solo bambini liberi e volontari.

Ma i bambini sfruttati, nel mondo sono troppi e diverse sono le forme di attività condotte: alcuni sono costretti a fare l’elemosina per tutto il giorno, altri obbligati alla prostituzione, molti vengono arruolati come soldati e altri ancora come delinquenti per rubare e spacciare droga, e poi ci sono i bambini-operai e quelli che vengono venduti e comprati come merce.
 
Si è soliti associare tali realtà ai paesi in via di sviluppo, ma la povertà, da cui scaturisce la diffusione di tale fenomeno, è presente anche nei paesi industrializzati. L’Italia è il secondo paese per la più alta percentuale di minori che vive sotto la soglia della povertà. Già solo questo dato dovrebbe farci intuire la quantità di minori costretti a lavorare. E Catania?

Una stima sul lavoro minorile a Catania riporta dati preoccupanti, che richiedono un intervento di contrasto e prevenzione che deve essere alla base di politiche sociali, ancora non pienamente attuate. Le statistiche del ministero dell’istruzione indicano, che Catania ricopre l’ottavo posto nazionale tra le province per dispersione scolastica. Se i minori tra i 6 i 13 anni sono più di 30.000 e quelli che frequentano la scuola d’obbligo sono appena 29.000, non si può negare che più di mille ragazzini, la mattina invece di essere a scuola e ricevere un’istruzione, vanno a lavorare, nelle strade, nei mercati, nelle fabbriche anche, (chissà), praticando forme di lavoro irregolare e talvolta illegali.

Tralasciando i dati, sopra elencati, che restano in ogni caso delle stime indicative, ciò che va reso noto è l’oltraggio che si continua a perpetuare nei confronti di un diritto, sancito anche a livello mondiale dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (1989), che garantisce la piena libertà ad ogni bambino di crescere, istruirsi e accedere al mondo del lavoro con la piena consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie scelte.

Allora un primo passo nella lotta contro il lavoro infantile diventa l’informazione dell’opinione pubblica sulle cause e le conseguenze dello stesso e sulle possibilità d’intervento. E’ questo che il centro “Iqbal Masih” ha voluto fare, accompagnando l’informazione ad un’azione diretta all’interno della pescheria di Catania. Il luogo che si è scelto per affiggere una targa simbolica in memoria del “bambino pakistano, ucciso dalla mafia dei tappeti”. Un momento intenso ed emozionante, condiviso, ahimé, da pochi passanti, il resto dei presenti non si è minimamente preoccupato di ciò che un gruppo di ragazzi stava facendo e dicendo, è rimasto con lo sguardo abbassato, intento a svolgere le proprie routine quotidiane.

Un altro luogo, scelto per rendere tangibile e dimostrare l’unico mestiere che i bambini devono imparare “il gioco”, è stato Piazza Asmundo, che si è colorata, così d’atmosfere festose, di musica, di laboratori in cui i bambini hanno costruito marionette, creato e colorato strumenti musicali, disegnato fiori e farfalle, dove hanno condiviso un pomeriggio di crescita e confronto che si è concluso con due semplici rappresentazioni teatrali, dove la voce stessa dei bambini ha rivendicato ancora una volta il sogno di un mondo più giusto.

Chiudo questo viaggio rubando alla memoria un’immagine di quel giorno. Un bambino che per la prima volta inizia a battere le mani su un tamburo producendo un suono pulito e perfetto, scoprendo ingenuamente il ritmo che possiede dentro e altre mani e voci che lo accompagnano. Bambini che saltano e sorridono, occhi che brillano di sorprese, labbra che domandano incuriosite, corpi vivaci, fantasia, e libertà. Un’immagine che ricorda le parole di Iqbal Masih: “nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”.

 

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