Le bambole di Dresda
 

di Monica Saso

Hanno visi di porcellana e si definiscono una punk cabaret band. Una definizione tanto eclettica quanto esauriente per i Dresden Dolls, duo bostoniano che coniuga la teatralità del cabaret di matrice brechtiana alla violenza spasmodica del punk. Una dimensione artistica che combina, sin dalla scelta del nome, la fragilità e l’innocenza delle bambole di porcellana allo sprigionarsi di un assalto sonoro come il bombardamento della città di Dresda nel 1945.

Il loro omonimo album d’esordio è un caleidoscopio che viene fuori da una fotografia in seppia. Tra il fruscio di vecchi dischi che si incantano fanno la loro comparsa Amanda Palmer, pianista delicata e al tempo stesso struggente e Brian Viglione, padrone di una ineducata e virtuosa batteria.

Amanti nella vita e nella musica, le nostre bambole giocano a ripartire pathos ed umorismo tra gli spasmi convulsi di Girl Anachronism, le note suadenti del tango Missed Me, la marcetta da carillon di Coin Operated Boy. A tratti l’atmosfera si fa drammatica e la voce di Amanda imperversa tagliente sui tasti in Half Jack, sulla ritmica commovente di Truce. Si cambia ancora: è la volta di Jeep Song, una pop song dalle sonorità molto aperte.

Il risultato è un album dalla bellezza straordinaria, fortemente evocativo, segnato da continue sorprese e sfumature. Gli echi della repubblica di Weimar risuonano più vicini che mai e non rimane che rassegnarsi di fronte a questi due visi incipriati ed irriverenti. La loro sensualità ed inquietudine va ben oltre il semplice trucco a la cabaret.

Esistono ancora gruppi nati all’ombra delle mode in grado di compiere delle rivoluzioni. E sei i Dresden Dolls sono l’altra faccia delle nuove correnti post-rock, gli zapatisti della musica internazionale, gli antagonisti del filone da assuefazione White Stripes, c’è solo da inchinarsi e applaudire copiosi, davanti alle riverenze retrò al termine delle loro performances.


[Leggi commenti][Commenta l'articolo]