Tim Burton e la
fabbrica dell’incantato
di Elisa Leanza
Il 2005 si preannuncia come un anno decisamente succulento per tutti
i fan di Tim Burton, che è pronto a sfoderare dal suo cappello a
cilindro ben due produzioni cinematografiche. La prima è un remake
del noto Willy Wonka e la Fabbrica di
Cioccolato (con il pupillo Johnny Depp nei panni che furono di
un indimenticabile Gene Wilder), la seconda è un film di animazione
in stop-motion (la medesima tecnica utilizzata in Nightmare
Before Christmas, sempre di Burton) ispirato a una fiaba
tradizionale ebreo-russa del XIX secolo: Corpse Bride - Il
Cadavere della Sposa.
Nonostante Tim Burton
goda di fama pressoché illimitata grazie al particolarissimo
approccio registico, fotografico e narrativo di gran parte delle sue
pellicole (oltre a quelle già citate segnaliamo anche Batman,
Edward Mani di Forbice, Sleepy Hollow e Big Fish) non
sono altrettanto noti ai più gli splendidi cortometraggi realizzati
dal 1971 ai primi anni ‘80 (Vincent e Frankenweenie su tutti) e,
soprattutto, una piccola perla “letteraria”: The Melancholy Death
Of Oyster Boy - Morte Malinconica del Ragazzo Ostrica.
Trattasi di una
raccolta di poesie scritte e illustrate dallo stesso Tim Burton, dal
vibrante e delicatissimo retrogusto gotico che, mascherandosi com’è
quasi consuetudine delle sue opere, dietro l’apparente semplicità di
parole e metafore, nasconde uno spleen di incontestabile
profondità.
Malinconia (come
suggerisce il titolo), inadeguatezza, lacerazione dell’animo che
arriva a prendere forme quasi “metalliche” esteriorizzandosi in
ferite da chiodi e spilli.
[The
Boy with Nails in his Eyes
put up his aluminium tree.
It looked pretty strange
because he couldn't really see.]
Protagonisti sono
spesso dei bambini che accolgono con ingenuità e incoscienza dolori
“da adulti” (diversamente da quel Vincent protagonista del già
citato cortometraggio, consumato dal peso di una vita immaginaria),
accettandoli come parte inscindibile della propria persona,
soffrendo e talvolta facendosi carico di affanni che non gli
appartengono.
A tratti grottesco
eppure squisitamente poetico, con le sue figurine appena accennate
ma caratterizzate in maniera inequivocabile e straziante, The
Melancholy Death Of Oyster Boy è un’opera imprescindibile per
avere una conoscenza completa della poliedricità di uno dei registi
più ispirati degli ultimi anni.
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