BRUCE SPRINGSTEEN - DEVILS & DUST (2005, Columbia)                                  <<indietro

a cura di Emanuele Brunetto - www.ilcibicida.com

TRACKLIST:
1 Devils & Dust
2 All the way home
3 Reno
4 Long time comin’
5 Black cowboys
6 Maria’s bed
7 Silver Palomino
8 Jesus was an only son
9 Leah
10 The hitter
11 All I’m thinkin’ about
12 Matamoros banks

Il vecchio rocker si sta trasformando, sta diventando più riflessivo e pacato, sta “maturando”. Effettivamente Bruce Springsteen ha sempre lanciato, nel corso della sua ormai ultratrentennale carriera, segnali che lo riconducessero in qualche modo alla tradizione cantautorale made in USA, prendendo spunto ora da Bob Dylan, ora da Neil Young, ora da Johnny Cash; e questi segnali li si è notati soprattutto nelle sue “creature” acustiche, quando il Boss ha deciso di allontanarsi per un po’ dalla E-Street Band per rinchiudersi in una stanza, solo con la sua chitarra e la sua armonica. Era già successo in quel lontano 1982, nel suo personalissimo capolavoro Nebraska, è successo più di recente in The Ghost Of Tom Joad (1995), ed è risuccesso ora a distanza di dieci anni da Tom Joad, con questo lento ed addolorato Devils & Dust. La rabbia di The Rising (2002, frutto del post 11 settembre), lascia qui spazio alla maturità dell’uomo Springsteen, che colpisce per la pacatezza con cui affronta quei temi sociali a lui tanto cari e sempre protagonisti dei suoi brani: c’è religione, c’è sofferenza, c’è rassegnazione ma anche voglia di riscatto in questo “Devils & Dust”, e Springsteen affronta le ansie dell’uomo comune come un prete di periferia, dispensando consigli e pronunciando parole di conforto per tutti. Cosa aggiunge quest’album alla storia della musica? Nulla. Cosa aggiunge alla carriera dell’artista? Poco. Ma è comunque un gran bell’ascoltare. Le dodici tracce che compongono il lavoro ci regalano la solita gran voce del Boss, messa in evidenza dalle dolci note della sua chitarra. Il primo brano è anche il singolo di lancio dell’album nonché la titletrack, Devils & Dust, manifesto di tutto il lavoro, non solo per la parte strumentale affidata interamente a chitarra ed armonica, ma anche per la presentazione che ne fa il Boss tramite il relativo videoclip: c’è lui, seduto fra quattro mura, capo chinato e occhi socchiusi… la vena riflessiva di cui sopra. Ed in linea di massima l’album è uniforme al suo esordio, non subisce brusche accelerazioni ne cali di tensione, e forse nella sola Long Time Comin’ (unico brano in cui Springsteen è accompagnato da un paio di E-Streeter) si colgono le, al momento, abbandonate vene rockettare. Le ballate la fanno da padrone, e su tutte sono a mio avviso da segnalare All I’m Thinkin’ About (il brano più “allegro” dell’album) e la stupenda The Hitter, nonchè la profonda Jesus Was An Only Son. Springsteen dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, la sua genuinità d’animo e il suo puro patriottismo, un uomo di mezza età che ha ancora nelle vene l’indole ribelle che gli ha fatto scovare i lati oscuri del suo paese, ma che al momento giusto sa anche indicare le highways da percorrere per ritrovare la pace e la tranquillità.

Nota: l’album è stato pubblicato anche in una edizione con un bonus DVD, all’interno del quale spicca un filmato in cui Springsteen esegue in versione totalmente acustica cinque brani estratti dall’album (Devils & Dust, Long Time Comin’, Reno, All I’m Thinkin’ About, Matamoros Bank).

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