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JULES E JIM
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A cura di Vittorio Bertone -
www.ilcibicida.com
ANNO:
1962 
PAESE:
Francia
REGIA:
Francois Truffaut
CAST:
Jeanne Moreau
Oskar Werner
Henri Serre
Marie Dubois
Vanna Urbino
Boris Bassiak
Sabine Haudepin
Danielle Bassiak
TITOLO ORIGINALE:
Jules et Jim
L’inizio e l’antecedente. Le prime sequenze di
Jules e Jim partono da una radice cronologica acquisita, i
protagonisti vengono presi a braccetto mentre attraversano il viale
della narrazione, come se gli incroci di Montparnasse fossero di
carta e le automobili di inizio secolo, solo macchie d’inchiostro
nero. Il film, tratto dal primo romanzo di Henri-Pierre Rochè (che
fece il suo esordio alla tenera età di settantatre anni), non spezza
l’alone essenziale racchiuso nei versi e nella prosa, Truffaut
delega ad una voce fuori campo, in quella che dal regista stesso è
stata definita una lettura filmata, riflessioni e commenti,
mai solo didascalici ma misurati e attinenti a ciò che lo spettatore
vede o a quello che ha solo percepito; il resto è affidato alla
dialettica mimale ed interpretativa diretta degli attori.
L’atmosfera boheme della Parigi del 1912 che si prepara al primo
conflitto mondiale, accarezza i due protagonisti, il francese Jim (Henri
Serre) e l’austriaco Jules (Oskar Werner), divenuti amici
inseparabili dopo una borghese fase di studio, amanti dell’arte e
del peripato lungo la Senna, immortalati nel loro quieto vivere, ora
tra le mura domestiche di una casa in affitto, ora seduti in un
affollato cafè a discutere animatamente di letteratura inglese, ma
pronti ad essere distratti dal rumoroso lento passare di una
mademoiselle. Un’armonia solidale rotta dall’elemento femminile
(donna schermo?), l’affascinante Catherine (Jeanne Moreau), che
stravolgerà l’esistenza dei due ragazzi, non portandoli mai ad una
fase d’attrito, superando quella retorica contrapposizione che
avrebbe direttamente posto in essere il banale parteggiare da sala
per l’uno o l’altro concorrente in amore. Truffaut sviluppa
atteggiamenti e contorni dei personaggi: la vena enigmatica di
Catherine è malata e allo stesso tempo cosi travolgente che risulta
quasi impossibile biasimare i sacrifici e soprattutto la
sopportazione dei suoi pretendenti; è un serpente del peccato
scarlatto che “morde” le sue vittime non avvelenandoli, bensì
ipnotizzandoli, trasferendoli in una condizione parallela alla
realtà, prigionieri in una prigione senza sbarre. Nel contempo,
l’incanto di alcune sequenze memorabili, come quella della corsa sul
ponte e dello schiaffo, rapiscono l’attenzione; puntuale arriva il
commento esterno, delicato campanello che invita al destarsi e al
concentrarsi su quanto sta per sopraggiungere. Il gravare di un
epilogo tragico, forgia un’idea stessa dell’amore estranea
all’ottica della coppia e della bilateralità dei sentimenti,
altalenando da un estremo all’altro, consumandosi lentamente come le
bollicine d’aria create dai sassolini nel planare in fondo al lago.
Alcuni film dicono poco sull’amore, altri, invece, tutto.
Nota 1: la canzone “Le
tourbillon” è cantata dalla stessa Jeanne Moreau.
Nota 2: per i primi piani
Truffaut opta per un’innovativa, quanto veloce, durata di 7-8
fotogrammi.
Nota 3: fotografia di Raoul
Coutard.
Nota 4: l’attore Henri Serre
fu scelto perché ricordava fisicamente lo scrittore Rochè.
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