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LUCI ROSSE E GRANDE SCHERMO
(2/3)
di Roberto Pirruccio
La
più evidente e importante espressione di questa forza è il business
del cinema a luci rosse. Un attento imprenditore sa che, nel
valutare la “convenienza” di un investimento, i costi di produzione
e il target di potenziali acquirenti sono fattori fondamentali.
L’esplosiva combinazione tra l’irrisorietà delle spese iniziali e la
quasi universale fruibilità del prodotto rende la costruzione di una
solida “industria” del porno estremamente semplice, immediata. Si
stima che bastino qualche decina di migliaia di euro per dare il via
alla produzione cinematografica, la cui possibilità di sopravvivenza
è riscontrabile in pochi mesi. A girare un film, montarlo e mandarlo
in distribuzione ci si mettono 6-7 settimane. Il numero di copie
prodotte si aggira intorno alle 5-6mila. Gli introiti derivanti solo
dalle vendite – quindi esclusi i noleggi e gli eventuali “diritti” –
triplicano, talvolta quadruplicano la somma di denaro investita.
In
Italia, dove il settore dell’home video detiene il primato in quanto
a guadagni, un discreto regime di noleggio di mezzo migliaio di
cassette basta a creare profitto.
Negli USA, dove la cultura affaristica dell’hard ha radici ben più
profonde che in Italia, il “naked capitalism” frutta «più di
basket, baseball e football messi assieme», come rende noto il
presidente del colosso Vca Pictures, Russel Hampshire. In
California, terra madre di questo genere di “imprese”, l’attenzione
rivolta all’argomento è talmente alta da interessare l’ambiente
universitario: tesisti e studiosi della rinomata Berkeley
University stilano annualmente decine di rapporti e nuove
soluzioni imprenditoriali per gli “stabilimenti” della San
Fernando Valley.
Tanto interesse non può che essere avvalorato dall’ulteriore
vantaggio economico che farebbe felice qualunque manager impegnato a
far quadrare i conti della propria azienda: l’assoluta estraneità
dei lavoratori del settore al discorso sindacale. Tutto ciò che
riguarda l’ambito tecnico è gestito “a gettone”, per cui la
retribuzione è riferibile allo specifico investimento su un
determinato film. Il capitolo attori merita un’analisi nettamente
più ampia.
In
Italia, vengono prodotti circa 200 titoli all’anno. Il boom del
genere amatoriale ha notevolmente ridotto le somme destinate al
casting, perché prima esperienza vuol dire ovviamente meno soldi
nella “busta paga”. Nonostante questo, però, il numero di attori “di
genere” è molto basso, per cui è molto facile che si ritrovino a
dover girare trenta-quaranta film all’anno: numero che – con le
dovute riserve del caso – presuppone un certo stress fisico.
Nonostante questo, la poca fama di cui godono, a meno di casi
eccezionali e più riscontrabili in Paesi come gli Stati Uniti, ad
esempio, non gli garantisce alcuna luculliana retribuzione. A
maggior ragione se si tratta di attori di sesso maschile, a cui
solitamente spetta circa un terzo della rispettiva paga femminile
per una scena hard.
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