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LA CRISI DELL’EDITORIA HARD
(3/3)
di Roberto Pirruccio
Il
settore del porno-business che più ha risentito dell’escalation del
cinema a luci rosse è di certo quello editoriale.
Il
relativo mercato europeo, rinnovatosi rapidamente nell’ultimo lustro
anche grazie alla rapida diffusione di dvd – ottimi da allegare ad
una rivista, ad esempio – a basso prezzo, ha visto un sostanziale
tracollo di tutte quelle testate che, nel corso di anni, si erano
conquistate un clamore e una fama non indifferente. Agli inizi degli
anni ’90, nessuno avrebbe minimamente immaginato che titoli come
Le ore in Italia ed Extra busen in Germania potessero
chiudere i battenti. Eppure è successo, complice l’inevitabile
globalizzazione che ha coinvolto tutto il mondo dell’hard. Motivo
per cui, in cima all’impero e ai simbolici riferimenti mediatici al
sesso, regna incontrastato da 50 anni il mito di Playboy.
Un
mito tutto americano, quello del coniglietto col frack: Playboy
nasce nel 1953 per mano di Hugh “Hef” Hafner, autore di un progetto
a dir poco strabiliante, a livello culturale. Il battesimo – 50mila
copie! – è folgorante, la madrina è d’eccezione: Marilyn Monroe. La
dimensione erotica proposta da Playboy - e qui sta il segreto
dell’immediatezza del successo – non si limitava all’esposizione di
beltà sessualmente stuzzicanti, ma apriva la strada a una vera e
propria trasposizione della società statunitense del tempo. Gli
scatti di Helmut Newton e Russ Meyer, quando la fotografia era ormai
un’arte a tutti gli effetti, e le prose di Irwin Shaw, Kerouac e
Hemingway fanno di Playboy un’eccezionale specchio della
realtà.
La
trovata che però rese attiva la rivista, oltre che specchio, sulla
società, fu un’invenzione di Alex Haley: le Candid conversations.
Interviste, semplici, essenziali, genuine. Ma con la straordinaria
capacità – e volontà, espressa palesemente – di mettere
completamente a nudo chi vi si sottopone. Da Jimmy Carter ai Beatles,
passando per Bertrand Russell, una schiera sempre più folta di
personaggi famosi decide di farsi “spogliare” da Playboy,
guadagnandone enormemente in termini d’immagine.
Negli ultimi trent’anni, complice la nascita di nuovi magazine
concorrenziali (Penthouse su tutti), Playboy ha visto
restringere notevolmente il suo riscontro editoriale, anche e
soprattutto per la recente invasione telematica di materiale
altamente infiammabile (Internet offre quantità e qualità, tutto e
subito). Le pubblicazioni italiane – è del ’72 la prima uscita -
resistono combinando i corpi di Pamela Prati e Gloria Guida in
copertina alle voci di Pasolini e Bevilacqua in terza pagina per una
decina d’anni.
Il sistema industriale
del porno ha sgomitato tanto, senza esclusione di colpi. Il suo
assestamento sembra prossimo, viste le più che rassicuranti risposte
arrivate dal fronte Internet ai colossi di produzione. Appare
evidente che le sfumature sociologiche, artistiche e
intellettualmente stimolanti, in passato almeno in parte fruibili e
presenti, ne abbiano risentito. Appare altrettanto evidente quanto,
in regola con il trend mondiale, l’aggiornamento e l’adeguamento al
mercato “global” abbia influito sulle abitudini “regionali” e sulle
peculiarità di alcune concezioni. Certo è che, a lungo andare,
diventa molto alto il rischio che si possa giungere ad
un’omologazione sessuale; rischio che si protrae con più veemenza
quando la minaccia arriva dall’epopea cingolata di qualcosa
chiamata “porno”.
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