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Referendum sulla procreazione assistita
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di Roberta Fuschi
La legge 40, che regolamenta le condizioni per l’accesso delle
coppie alla fecondazione medicalmente assistita, approvata il 19
febbraio del 2004 dal Parlamento italiano, potrà essere parzialmente
abrogata il 12 e 13 giugno per mezzo di quattro quesiti referendari.
Di fecondazione assistita, in questi mesi, si è parlato poco e male,
sia per le difficoltà connaturate al tema stesso, sia soprattutto
per una precisa scelta mediatica volta ad impedire il buon esito del
referendum. Chiaro e forte è arrivato l’immancabile dictat della CEI
(Conferenza Episcopale Italiana) che, per bocca del cardinale Ruini,
ha “invitato” i cattolici a non prendere parte alla tornata
referendaria al fine di evitare il raggiungimento del
quorum(partecipazione alla consultazione referendaria del 50/ più
uno degli elettori aventi diritto). Le pesanti ingerenze della
Chiesa nella vita dello Stato “laico” si erano già evidenziate nella
stesura della stessa legge 40 che viola il corpo delle donne e mette
a repentaglio molte conquiste frutto delle lotte degli anni 70-80
fondamentali per il percorso di emancipazione femminile.
Per comprendere fino in fondo la legge 40 bisogna necessariamente
partire dal principio ispiratore della norma (contenuto
nell’articolo 1 di cui si chiede l’abrogazione nel terzo quesito):
il riconoscimento dell’ovulo fecondato come persona titolare di
diritti. Questo comporta due forti discrepanze, sia con quanto
affermato nella 194 che regola il diritto di interruzione volontaria
della gravidanza, sia con l’articolo 1 del codice civile secondo cui
i diritti si acquisiscono al momento della nascita.
In nome di un principio religioso che ha poi ripercussioni concrete
sulla pratica medica si compromette la salute della madre, cosa che
ai “novelli crociati” pare importare poco.
Dalla “sacralità” attribuito all’ovulo fecondato dipendono di
conseguenza il divieto al congelamento degli embrioni, l’obbligo di
fecondare solo tre ovociti da trasferire nell’utero
contemporaneamente, costringendo le potenziali madri a sottoporsi
più volte a trattamenti ormonali (nocivi da un punto di vista fisico
oltre che psicologico) a causa dell’impossibilità di circonservare i
restanti embrioni per trattamenti futuri se il primo non andasse in
porto.
Votando si al terzo quesito si impedirebbe tale barbarie e si
riammetterebbero alle tecniche di fecondazione assistita anche le
coppie non sterili ma ad alto rischio di trasmettere gravi malattie
genetiche, non potendo dunque ricorrere alla diagnosi genetiche
preimpianto per verificare la salute del concepito ed evitare di
ricorrere all’aborto terapeutico.
Il primo quesito referendario riguarda invece la libertà di ricerca
scientifica. Il fine è quello di abrogare le parti della legge che
vietano l’utilizzo di cellule staminali prelevate da embrioni
congelati, che a detta dei più autorevoli ricercatori hanno
potenzialità elevatissime per curare, tra le altre, malattie gravi
quali il Parkinson, il diabete, la sclerosi, i tumori, le
cardiopatie e il morbo di Alzheimer. Un freno dunque alla ricerca
scientifica già umiliata dalle irrisorie cifre che il governo ha
stanziato in questi anni a favore della stessa. I divieti non si
fermano qui, andiamo al quarto quesito referendario.
La legge 40 vieta inoltre la fecondazione eterologa (tramite
l’utilizzo di gameti esterni alla coppia), a cui va ricordato si
ricorre solo in casi di grave sterilità dovuti, ad esempio, a tumori
e chemioterapie o per scongiurare il pericolo certo di trasmettere
gravi malattie genetiche al nascituro. Vietare questa pratica,
consentita in buona parte dei paesi europei, porta ad alimentare il
celeberrimo “turismo procreativo” verso l’estero, creando di fatto
cittadini di serie A e serie B su basi censitarie. In caso di
vittoria del si questa pratica sarebbe nuovamente consentita.
Insomma vincere la battaglia referendaria equivarrebbe a dare una
speranza a migliaia di coppie sterili e a persone afflitte da mali
che la ricerca potrebbe curare, e perché no la vittoria dei SI
potrebbe segnare l’inizio di una stagione di lotta per i diritti di
cui si sente francamente la mancanza immersi come siamo, parlo
soprattutto con i miei coetanei, nel torpore del disimpegno e
dell’individualismo più becero.
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