L'URLO NEL TEMPO DEI SILENZI

 di Simona Cannì

Le parole scivolano in vertiginosi mulinelli acrobatici. Veloci. Cariche. Ruotano attorno a impreviste associazioni. Si liberano dagli occhi per incatenarsi all’anima. Fomentano. Distruggono. Ricostruiscono. È Allen Ginsberg. Non è solo la beat generation, sono le “new vision” di un poeta al limite del tangibile. Il suo impatto letterario è forte, tanto quanto il suo “urlo” di protesta; tutto ciò partorisce dall’amore per Walt Whitman, per “Song of myself” (il lungo poema di apertura di Foglie d’erba, un secolo esatto prima di Ginsberg), per il long line che prende vita come unità fondamentale di stesura e creatività, per la benzedrina e la marijuana, per i viaggi con Jack Kerouac, per l’amico Lawrence Ferlinghetti.

Howl (1955-1956), Kaddish (1960) e Reality Sandwiches (1963), come emblema marchiato a fuoco della natura ginsbergiana, mostrano i fulcri su cui ruota tutta la sua poetica: un’America di speranza per il Welfare State e insieme di paura determinata dalla guerra fredda, la convezione borghese da denunciare, la visione bigotta culturale da spalancare. Dice Ginsberg durante un’intervista di Pierre Joris per la rivista Actuel del 1971: La mia poesia è mutilata. Mi occorrerebbero molti mesi di calma e di solitudine; quel che non mi succede da molto tempo. Accarezzo un vecchio sogno buddista: fare dei ritiri di mille giorni. Tre anni senza rispondere alle lettere nè ai colpi di telefono. Un giorno, presto o tardi, riuscirò a farlo. Potrò infine scrivere un lungo poema, due o tre giorni di scrittura continua senza nulla che mi interrompa... Non posso farlo attualmente: scrivo delle poesie corte: sarebbe miserabile abbandonare e consacrarmi alla scrittura-meditazione nel momento in cui lo stato poliziesco minaccia. Non posso far nulla per salvarmi. Si salvi chi può! C'è troppo da fare. Man mano che si moltiplicano i corpi, si costata una assenza crescente di anima negli individui. Dei milioni di cadaveri sulla quarantaduesima strada, delle bambole di cera a Park Avenue”. In queste parole che cullano il cuore scrutiamo il nostro stesso tempo, le nostre stesse esigenze celate da un clima estetico difficile da depennare dalla quotidianità. In queste parole scrutiamo il nostro stesso desiderio di cambiamento, la nostra stessa anima senza voce.

“Adesso, ho paura. Finisco la mia vita in un mondo assassino popolato di suicidi, di lupi che si sgozzano l'un l'altro. La civilizzazione che crolla è la trappola che si richiude su di noi. La terra si restringe, e noi con essa. Le città sono condannate dalla loro stessa natura di città. E noi, con l'età, viviamo con più angosce. La vita diviene in se stessa psichedelica”.

 

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