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         <titleStmt>
            <title>I Malavoglia, esegesi puntuale del CAPITOLO 2</title>
            <author>Giovanni Verga</author>
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               <resp>Codifica a cura di</resp>
               <name xml:id="EmanuelaIudica">[Emanuela Iudica]</name>
               <name xml:id="MiriamGiangreco">[Miriam Giangreco]</name>
            </respStmt>
            <respStmt>
               <resp>Il modello di codifica, sviluppato dall'équipe del progetto PNRR
                  Next-Generation EU «Verismo digitale», è condiviso, per le parti oggetto di prova
                  in itinere, all'interno del Corso di Modelli di scrittura e lettura del testo
                  digitale (AA 2025-26), a cura di </resp>
               <name xml:id="LiborioPBarbarino">Liborio Barbarino</name>
            </respStmt>
         </titleStmt>
         <editionStmt>
            <edition>Prima versione <date>Dicembre 2025</date></edition>
         </editionStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>Università di Catania</authority>
            <availability status="free">
               <p>File realizzato a scopo didattico, e non destinato alla pubblicazione, all'interno
                  del Corso di Laurea Magistrale in Scienze del testo per le professioni
                  digitali</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
         <sourceDesc>
            <bibl>
               <title level="m">I Malavoglia</title>
               <author>Giovanni Verga</author>
               <editor>Edizione critica a cura di Ferruccio Cecco</editor>
               <publisher>Fondazione Verga – Interlinea</publisher>
               <pubPlace>Catania – Novara</pubPlace>
               <date when="1900">2015</date>
            </bibl>
         </sourceDesc>
      </fileDesc>
      <encodingDesc>
         <projectDesc>
            <p>L'insegnamento di Modelli di scrittura e lettura del testo digitale è tenuto presso
               l'Università di Catania, all'interno del corso di Laurea Magistrale in Scienze del
               testo per le professioni digitali (LM-43). Il lavoro è pensato per stimolare nei
               discenti competenze ermeneutiche nella lettura dei testi, insieme alla comprensione e
               alla pratica del testo digitale. Nell'individuazione di elementi lessicalmente e
               semanticamente rilevanti dell'opera proposta, in ordine alla comprensione,
               all’analisi e alla riscrittura/ri-mediazione di questa, e nel saper interpretare
               criticamente gli stessi testi sulla base dei dati raccolti, si persegue
               l'applicazione di conoscenze e capacità, l'autonomia di giudizio, l'abilità di
               comunicazione.</p>
            <p>L'annotazione dell'opera riguarda l'attenzione al fatto linguistico, alla lettera del
               testo e all'esegesi puntuale, attraverso l'utilizzo di risorse lessicografiche, di
               studi, di repertori, presenti in rete o forniti agli studenti in forma
               digitalizzata;</p>
         </projectDesc>
         <editorialDecl>
            <p>Il testo dei Malavoglia è conforme a quello dell'edizione critica.</p>
            <normalization>
               <p>Sono state normalizzate le è secondo l'uso comune in parole come "perché,
                  giacché".</p>
            </normalization>
            <quotation marks="all">
               <p>Tutte le virgolette doppie sono rese con ", tutte le virgolette singole con
                  l'apostrofo.</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="all">
               <p>Le parole sillabate che compaiono alla fine della riga nella princeps sono state
                  normalizzate.</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <tagsDecl partial="true">
            <namespace name="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
               <tagUsage gi="div">Usato per dividere le unità testuali presenti nel medesimo
                  testo.</tagUsage>
               <tagUsage gi="head">Il tag head è stato utilizzato per codificare il titolo presente
                  nel medesimo testo.</tagUsage>
               <tagUsage gi="term">Il tag term è stato utilizzato per codificare lemmi notevoli,
                  ovvero da definire.</tagUsage>
               <tagUsage gi="seg">Il tag seg è stato utilizzato per marcare qualsiasi porzione
                  testuale di interesse, ovvero da annotare separatamente nel back del
                  documento.</tagUsage>
               <tagUsage gi="list">IL tag list è stato utilizzato per codificare le liste presenti
                  nel back del documento.</tagUsage>
               <tagUsage gi="item">Il tag item è stato utilizzato per codificare ciascun componenti
                  delle liste.</tagUsage>
               <tagUsage gi="gloss">IL tag gloss è stato utilizzato per codificare un sintagma o una
                  parola che fornisce una glossa o definizione per qualche altra parola o
                  sintagma.</tagUsage>
               <tagUsage gi="ref">Il tag ref definisce un riferimento a una risorsa lessicografica
                  presente in rete.</tagUsage>
               <tagUsage gi="label">Il tag label è stato utilizzato per codificare i titoli nelle
                  liste.</tagUsage>
               <tagUsage gi="note">Il tag note contiene note o annotazioni.</tagUsage>
               <tagUsage gi="bibl">Il tag bibl contiene una citazione bibliografica strutturata
                  nella forma (Autore o Curatore, Anno).</tagUsage>
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         </tagsDecl>
      </encodingDesc>
      <profileDesc>
         <creation>
            <date>Dicembre 2025</date>
            <placeName>Catania</placeName>
         </creation>
         <langUsage>
            <language ident="Ita">Italiano</language>
         </langUsage>
      </profileDesc>
      <revisionDesc>
         <change when="2025-12" resp="#EmanuelaIudica #MiriamGiangreco">Inserimento del brano
            dell'opera (capitolo 2>) e prima bozza a cura di [Emanuela Iudica Miriam
            Giangreco].</change>
         <change when="2026-01" resp="#EmanuelaIudica #MiriamGiangreco">Codifica di Emanuela Iudica e
            Miriam Giangreco</change>
         <change when="2024-04" resp="#EmanuelaIudica #MiriamGiangreco">Revisione del
            documento.</change>
      </revisionDesc>
   </teiHeader>
   <text>
      <body>
         <div type="chapter" n="NumeroCapitolo">
            <head n="II"/>
            <p n="II.1">Per tutto il paese non si parlava d'altro che del negozio dei lupini, e come
               la Longa se ne tornava a casa colla Lia in collo, le comari si affacciavano
               sull'uscio per vederla passare.</p>
            <p n="II.2">- Un affar d'oro! - vociava Piedipapera, accorrendo colla gamba storta dietro a padron 'Ntoni, il quale
               era andato a sedersi sugli scalini della chiesa, accanto a padron Fortunato Cipolla,
               e al fratello di Menico della Locca che stavano a prendere il fresco. - Lo zio
               Crocifisso strillava come se gli strappassero le penne mastre, ma non bisogna
               badarci, perché delle penne ne ha molte, il vecchio. - Eh! s'è lavorato! potete dirlo
               anche voi, padron 'Ntoni! - ma per padron 'Ntoni ei si sarebbe buttato dall'alto del
               fariglione, com'è vero Iddio! e a lui lo zio Crocifisso gli dava retta, perché egli
               era il mestolo della pentola, una pentola grossa, in cui bollivano più di duecento
               onze all'anno! Campana di legno non sapeva soffiarsi il naso senza di lui. Il figlio
               della Locca udendo parlare delle ricchezze dello zio Crocifisso, il quale a lui gli
               era zio davvero, perché era fratello della Locca, si sentiva gonfiare in petto una
               gran tenerezza pel parentado.</p>
            <p n="II.3">- Noi siamo parenti, ripeteva. Quando vado a giornata da lui mi dà mezza
               paga, e senza vino, perché siamo parenti.</p>
            <p n="II.4">Piedipapera sghignazzava.</p>
            <p n="II.5">- Lo fa per tuo bene, per non farti ubbriacare, e per lasciarti più ricco
               quando creperà.</p>
            <p n="II.6">Compare Piedipapera si divertiva a sparlare di questo e di quello, come
               capitava; ma così di cuore, e senza malizia, che non c'era verso di pigliarsela in
               criminale. - Massaro Filippo è passato due volte dinanzi all'osteria, diceva pure, e
               aspetta che la Santuzza gli faccia segno di andarla a raggiungere nella stalla, per
               dirsi insieme il santo rosario.</p>
            <p n="II.7">Oppure al figlio della Locca:</p>
            <p n="II.8">- Tuo zio Crocifisso cerca di rubarle la chiusa, a tua cugina la Vespa; vuol
               pagargliela la metà di quel che vale, col darle ad intendere che la sposerà. Ma se la
               Vespa riesce a farsi rubare qualche cos'altra, <seg type="nota_explgen"
                  ana="#seg_MA_explgen_rassegnarsi"> potrai pulirti la bocca della speranza
                  dell'eredità</seg>, e ci perdi i soldi e il vino che non ti ha dato.</p>
            <p n="II.9">Allora si misero a quistionare, perché padron 'Ntoni sosteneva che lo zio
               Crocifisso alla fin fine era cristiano, e non aveva dato ai cani il suo giudizio, per
               andare a sposare la figliuola di suo fratello.</p>
            <p n="II.10">- <seg type="nota_explgen" ana="#seg_MA_explgen_impossibilita"> Come
                  c'entra il cristiano e il turco?</seg> ribatteva Piedipapera. È un pazzo, volete
               dire. Lui è ricco come un maiale, mentre la Vespa non possiede altro che quella
               chiusa grande quanto un fazzoletto da naso.</p>
            <p n="II.11">- Lo dite a me che ci ho a limite la vigna, disse allora padron Cipolla
               gonfiandosi come un tacchino.</p>
            <p n="II.12">- Li chiamate vigna quei quattro fichidindia? rispose Piedipapera.</p>
            <p n="II.13">- In mezzo ai fichidindia ci sono le viti, e se San Francesco ci manderà
               una buona pioggia, lo vedrete poi che mosto darà. Il sole oggi si coricò insaccato -
               acqua o vento.</p>
            <p n="II.14">- «Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente»,
               aggiunse padron 'Ntoni.</p>
            <p n="II.15">Piedipapera non poteva soffrire quello <term ana="#sputasentenze">
                  sputasentenze </term> di padron Cipolla, il quale perché era ricco si credeva di
               saper tutto lui, e di dar a bere le corbellerie a chi non aveva denari.</p>
            <p n="II.16">- <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_preferenze">
                  Chi la vuol cotta e chi la vuol cruda </seg>, conchiuse. Padron Cipolla aspetta
               l'acqua per la sua vigna, e voi il ponente in poppa alla Provvidenza. Lo sapete il
               proverbio <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_mare"> «Mare
                  crespo, vento fresco» </seg>. Stasera le stelle sono lucenti, e a mezzanotte
               cambierà il vento; sentite la buffata?</p>
            <p n="II.17">Sulla strada si udivano passare lentamente dei carri.</p>
            <p n="II.18">- Notte e giorno c'è sempre gente che va attorno per il mondo, osservò poi
               compare Cipolla.</p>
            <p n="II.19">E adesso che non si vedeva più né mare né campagna, sembrava che non ci
               fosse al mondo altro che Trezza, e ognuno pensava dove potevano andare quei carri a
               quell'ora.</p>
            <p n="II.20">- Prima di mezzanotte la Provvidenza avrà girato il Capo dei Mulini, disse
               padron 'Ntoni, e il vento fresco non le darà più noia.</p>
            <p n="II.21">Padron 'Ntoni non pensava ad altro che alla Provvidenza, e quando non
               parlava delle cose sue non diceva nulla, e alla conversazione ci stava come un manico
               di scopa.</p>
            <p n="II.22">- Voi dovreste andare a mettervi con quelli della spezieria, che discorrono
               del re e del papa; gli diceva perciò Piedipapera. Colà ci fareste bella figura anche
               voi! li sentite come gridano?</p>
            <p n="II.23">- Questo è don Giammaria, disse il figlio della Locca, che litiga collo
               speziale.</p>
            <p n="II.24">Lo speziale teneva conversazione sull'uscio della bottega, al fresco, col
               vicario e qualchedun altro. Come sapeva di lettera leggeva la gazzetta, e la faceva
               leggere agli altri, e ci aveva anche la Storia della Rivoluzione francese, che se la
               teneva là, a portata di mano, sotto il mortaio di cristallo, perciò <term
                  ana="#quistionavano"> quistionavano </term> tutto il giorno con don Giammaria, il
               vicario, per passare il tempo, e ci pigliavano delle malattie dalla bile; ma non
               avrebbero potuto stare un giorno senza vedersi. Il sabato poi, quando arrivava il
               giornale, don Franco spingevasi sino ad accendere mezz'ora, ed anche un'ora di
               candela, a rischio di farsi sgridare dalla moglie, onde spiattellare le sue idee, e
               non andare a letto a mo' dei bruti, come compare Cipolla, o compare Malavoglia.
               L'estate poi non c'era neppur bisogno della candela, giacché si poteva star
               sull'uscio, sotto il lampione, quando mastro Cirino l'accendeva, e qualche volta
               veniva don Michele, il brigadiere delle guardie doganali; e anche don Silvestro, il
               segretario comunale, tornando dalla vigna, si fermava un momento.</p>
            <p n="II.25">Allora don Franco diceva, fregandosi le mani, che pareva un piccolo
               Parlamento, e andava a piantarsi dietro il banco, pettinandosi colle dita la barbona,
               con un certo sorriso furbo che pareva si volesse mangiare qualcuno a <term
                  ana="#colezione"> colezione </term>, e alle volte si lasciava scappare sottovoce
               delle mezze parole dinanzi alla gente, rizzandosi sulle gambette, e si vedeva che la
               sapeva più lunga degli altri, tanto che don Giammaria non poteva patirlo e <seg
                  type="phrase" ana="#seg_MA_phrase_fatica"> ci si mangiava il fegato</seg>, e gli
               sputava in faccia parole latine. Don Silvestro, lui, si divertiva a vedere come <seg
                  type="phrase" ana="#seg_MA_phrase_frustrazione"> si guastavano il sangue</seg> per
               raddrizzare le gambe ai cani, senza guadagnarci un centesimo; egli almeno non era
               arrabbiato come loro, e per questo, dicevano in paese, possedeva le più belle chiuse
               di Trezza, - dove era venuto senza scarpe ai piedi - aggiungeva Piedipapera. Ei li
               aizzava l'un contro l'altro, e <seg type="phrase" ana="#seg_MA_phrase_ridere"> rideva
                  a crepapancia </seg> con degli Ah! ah! ah! che sembrava una gallina.</p>
            <p n="II.26">- Ecco don Silvestro che fa l'uovo, osservò il figlio della Locca.</p>
            <p n="II.27">- Don Silvestro fa le uova d'oro, laggiù al Municipio, rispose
               Piedipapera.</p>
            <p n="II.28">- Uhm! - sputò fuori padron Fortunato - pezzenterie! comare Zuppidda non
               gli ha voluto dare la figliuola.</p>
            <p n="II.29">- Vuol dire che mastro Turi Zuppiddo preferisce le uova delle sue galline;
               rispose padron 'Ntoni.</p>
            <p n="II.30">E padron Cipolla disse di sì col capo.</p>
            <p n="II.31">- <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_natura">Quando
                  il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente </seg>
               <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_tradizione"> «'Ntroi
                  'ntroi, ciascuno coi pari suoi» </seg>, aggiunse padron Malavoglia.</p>
            <p n="II.32">Piedipapera allora ribatté che se don Silvestro si fosse contentato di
               stare coi suoi pari a quest'ora ci avrebbe la zappa in mano invece della penna.</p>
            <p n="II.33">- Che ce la dareste voi vostra nipote Mena? disse alfine padron Cipolla
               volgendosi a padron 'Ntoni.</p>
            <p n="II.34">- <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_ruolo">
                  «Ognuno all'arte sua, e il lupo alle pecore».</seg></p>
            <p n="II.35">Padron Cipolla continuava a dir di sì col capo, tanto più che fra lui e
               padron 'Toni c'era stata qualche parola di maritar la Mena con suo figlio Brasi, e se
               il negozio dei lupini andava bene, la Mena avrebbe avuto la sua dote in contante, e
               l'affare si sarebbe conchiuso presto.</p>
            <p n="II.36">- <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_destino"> «La
                  ragazza com'è educata, e la stoppa com'è filata» </seg>, disse infine padron
               Malavoglia, e padron cipolla confermò che tutti lo sapevano in paese che la Longa
               aveva saputo educarla la figliuola, e ognuno che passava per la stradicciuola a
               quell'ora, udendo il colpettare del telaio di Sant'Agata diceva che <seg
                  type="nota_explgen" ana="#seg_MA_explgen_candela"> l'olio della candela non lo
                  perdeva </seg>, comare Maruzza.</p>
            <p n="II.37">La Longa, com'era tornata a casa, aveva acceso il lume, e s'era messa
               coll'arcolaio sul ballatoio, a riempire certi cannelli che le servivano per l'ordito
               della settimana.</p>
            <p n="II.38">- Comare Mena non si vede, ma si sente, e sta al telaio notte e giorno,
               come Sant'Agata, dicevano le vicine.</p>
            <p n="II.39">- Le ragazze devono avvezzarsi a quel modo, rispondeva Maruzza, invece di
               stare alla finestra <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_donna">
                  «A donna alla finestra non far festa».</seg></p>
            <p n="II.40">- Certune però collo stare alla finestra un marito se lo pescano, fra tanti
               che passano; osservò la cugina Anna dall'uscio dirimpetto.</p>
            <p n="II.41">La cugina Anna aveva ragione da vendere; perché quel <term ana="#bietolone">
                   bietolone </term> di suo figlio Rocco si era lasciato irretire dentro le
               gonnelle della Mangiacarrubbe, una di quelle che stanno alla finestra colla faccia
               tosta.</p>
            <p n="II.42">Comare Grazia Piedipapera, sentendo che nella strada c'era conversazione,
               si affacciò anch'essa sull'uscio, col grembiule gonfio delle fave che stava
               sgusciando, e se la pigliava coi topi che le avevano bucherellato il sacco come un
               colabrodo, e pareva che l'avessero fatto apposta, <seg type="nota_explgen"
                  ana="#seg_MA_explgen_giudizio"> come se ci avessero il giudizio dei
                  cristiani</seg>; così il discorso si fece generale, perché alla Maruzza gliene
               avevano fatto tanto del danno, quelle bestie scomunicate! La cugina Anna ne aveva la
               casa piena, da che gli era morto il gatto, una bestia che valeva tant'oro, ed era
               morto di una pedata di compare Tino. - I gatti grigi sono i migliori, per acchiappare
               i topi, e andrebbero a scovarli in una cruna di ago. - Ai gatti non conveniva aprire
               l'uscio di notte, perché una vecchia di Aci Sant'Antonio l'avevano ammazzata così,
               che i ladri le avevano rubato il gatto tre giorni avanti, e poi glielo avevano
               riportato mezzo morto di fame a miagolare dietro l'uscio; e la povera donna non
               sentendosi il cuore di lasciar la bestiola sulla strada a quell'ora, aveva aperto
               l'uscio, e così s'era ficcati i ladri in casa. Al giorno d'oggi i mariuoli ne
               inventano di ogni specie per fare i loro tiri; e a Trezza si vedevano delle facce che
               non si erano mai viste sugli scogli, col pretesto d'andare a pescare, e arruffavano
               la biancheria messa ad asciugare, se capitava. Alla povera Nunziata le avevano rubato
               in quel modo un lenzuolo nuovo. Povera ragazza! rubare a lei che lavorava per dar
               pane a tutti quei fratellini che suo padre le aveva lasciato sulle spalle, quando
               l'aveva piantata per andare a cercar fortuna ad Alessandria d'Egitto! - Nunziata era
               come la cugina Anna, quando l'era morto il marito, e le aveva lasciato quella <term
                  ana="#nidiata"> nidiata </term> di figliuoli, che Rocco, il più grandicello, non
               le arrivava alle ginocchia. Poi alla cugina Anna le era toccato di tirar su quel
               fannullone per vederselo rubare dalla Mangiacarrubbe.</p>
            <p n="II.43">In mezzo a quel chiacchierio saltò su la Zuppidda, la moglie di mastro Turi
               il calafato, la quale stava in fondo alla straduccia, e compariva sempre
               all'improvviso, per dire la sua come il diavolo nella litania, ché nessuno
               s'accorgeva di dove fosse sbucata.</p>
            <p n="II.44">- Del resto, venne a brontolare, vostro figlio Rocco non vi ha aiutata
               neppur lui, ché se si è buscato un soldo è andato subito a berlo all'osteria. La
               Zuppidda sapeva tutto quello che succedeva in paese e per questo raccontavano che
               andava tutto il giorno in giro a piedi scalzi, a far la spia, col pretesto del suo
               fuso, che lo teneva sempre in aria perché non frullasse sui sassi. Ella diceva sempre
               la verità come il santo evangelio, questo era il suo vizio, e perciò la gente che non
               amava sentirsela cantare, l'accusava di essere <seg type="nota_explgen"
                  ana="#seg_MA_explgen_maldicenze"> una lingua d'inferno </seg>, di quelle che
               lasciano la bava. - <seg type="phrase" subtype="proverbio"
                  ana="#seg_MA_phrase_cattiveria"> «Bocca amara sputa fiele» </seg>; ed ella ci aveva
               la bocca amara davvero per quella sua Barbara che non aveva potuto maritare, tanto
               era superba e sgarbata, e con tutto ciò voleva dargli il figlio di Vittorio
               Emanuele.</p>
            <p n="II.45">- Bel pezzo, la Mangiacarrubbe, seguitava, una sfacciata che si è fatto
               passare tutto il paese sotto la finestra «A donna alla finestra non far festa», e
               Vanni Pizzuto le portava in regalo i fichidindia rubati a massaro Filippo l'ortolano,
               e se li mangiavano insieme nella vigna, sotto il mandorlo, li aveva visti lei. - E
               Peppi Naso, il beccaio, dopo che gli spuntò la gelosia di compare Mariano
               Cinghialenta, il carrettiere, andava a buttarle dietro l'uscio tutte le corna delle
               bestie che macellava, sicché dicevano che andava a pettinarsi sotto la finestra della
               Mangiacarrubbe.</p>
            <p n="II.46">Quel cuor contento della cugina Anna invece la prendeva allegra. - Don
               Giammaria dice che fate peccato mortale a sparlar del prossimo!</p>
            <p n="II.47">- Don Giammaria dovrebbe piuttosto far la predica a sua sorella donna
               Rosolina, rispose la Zuppidda, e non lasciarle far la ragazzetta con don Silvestro,
               quando passa, e con don Michele il brigadiere, che ci ha la rabbia del marito, con
               tutti quegli anni e quella carne che ci ha addosso, la poveraccia!</p>
            <p n="II.48">- Alla volontà di Dio! concluse la cugina Anna. Quando è morto mio marito,
               Rocco non era più alto di questa conocchia e le sue sorelline erano tutte minori di
               lui. Forse che mi son perduta d'animo per questo? Ai guai ci si fa il callo, e poi ci
               aiutan a lavorare. Le mie figliuole faranno come ho fatto io, e finché ci saranno le
               pietre al lavatoio avremo di che vivere. Guardate la Nunziata, ora ella ha più
               giudizio di una vecchietta, e si aiuta a tirar su quei piccini che pare li abbia
               fatti lei.</p>
            <p n="II.49">- E dove è la Nunziata che non si vede ancora? domandò la Longa a un
               mucchio di monelli cenciosi, messi a piagnucolare sulla soglia della casuccia lì di
               faccia, i quali al sentir parlare della sorella alzarono gli strilli in coro.</p>
            <p n="II.50">- L'ho vista che andava sulla sciara a fare due fasci di ginestre, e c'era
               pure vostro figlio Alessi che l'accompagnava, rispose la cugina Anna.</p>
            <p n="II.51">I bambini stettero a sentire, e poi si rimisero a pigolare tutti in una
               volta, e il più grandicello, appollaiato su di un gran sasso, rispose dopo un
               pezzetto:</p>
            <p n="II.52">- Non lo so dov'è.</p>
            <p n="II.53">Le vicine avevano fatto come le lumache quando piove, e lungo la straduccia
               non si udiva che un continuo chiacchierio da un uscio all'altro. Persino la finestra
               di compare Alfio Mosca, quello del carro dell'asino, era aperta, e ne usciva un gran
               fumo di ginestre. La Mena aveva lasciato il telaio e s'era affacciata al ballatoio
               anch'essa.</p>
            <p n="II.54">- Oh! Sant'Agata! esclamarono le vicine; e tutte le facevano festa.</p>
            <p n="II.55">- Che non ci pensate a maritar la vostra Mena? chiedeva sottovoce la
               Zuppidda a comare Maruzza. Oramai deve compire diciotto anni a Pasqua, lo so perché è
               nata l'anno del terremoto, come mia figlia Barbara. Chi vuol pigliarsi mia figlia
               Barbara, prima deve piacere a me.</p>
            <p n="II.56">In questo momento si udì un fruscìo di frasche per la via, e arrivarono
               Alessi e la Nunziata, che non si vedevano sotto i fasci di ginestre, tanto erano
               piccini.</p>
            <p n="II.57">- Oh! la Nunziata! esclamarono le vicine. Che non avevi paura a quest'ora
               nella sciara?</p>
            <p n="II.58">- C'era anch'io, rispose Alessi.</p>
            <p n="II.59">- Ho fatto tardi con comare Anna al lavatoio, e poi non ci avevo legna per
               il focolare.</p>
            <p n="II.60">La ragazzina accese il lume, e si mise lesta lesta ad apparecchiare ogni
               cosa per la cena, mentre i suoi fratellini le andavano dietro per la stanzuccia, che
               pareva una chioccia coi suoi pulcini. Alessi s'era scaricato del suo fascio, e stava
               a guardare dall'uscio, serio serio, e colle mani nelle tasche.</p>
            <p n="II.61">- O Nunziata! le gridò Mena dal ballatoio; quando avrai messo la pentola a
               bollire, vieni un po' qua.</p>
            <p n="II.62">Nunziata lasciò Alessi a custodire il focolare, e corse ad appollaiarsi sul
               ballatoio, accanto alla Sant'Agata, per godersi il suo riposo anche lei, colle mani
               in mano.</p>
            <p n="II.63">- Compar Alfio Mosca sta facendo cuocere le fave; osservò la Nunziata dopo
               un po'.</p>
            <p n="II.64">- Egli è come te, poveraccio! che non avete nessuno in casa che vi faccia
               trovare la minestra, alla sera, quando tornate stanchi.</p>
            <p n="II.65">- Sì, è vero, e sa pure cucire e si fa il bucato da sé, e si rattoppa le
               camicie - la Nunziata sapeva ogni cosa che faceva il vicino Alfio, e conosceva la sua
               casa come la pianta della mano; - Adesso, diceva, va a prender la legna; ora sta
               governando il suo asino - e si vedeva il lume nel cortile, e sotto la tettoia.
               Sant'Agata rideva, e la Nunziata diceva che per essere preciso come una donna a
               compare Alfio gli mancava soltanto la gonnella.</p>
            <p n="II.66">- Così, conchiudeva Mena, quando si mariterà, sua moglie andrà attorno col
               carro dell'asino, e lui resterà in casa ad allevare i figliuoli.</p>
            <p n="II.67">Le mamme, in crocchio nella strada, discorrevano anch'esse di Alfio Mosca,
               che fino la Vespa giurava di non averlo voluto per marito, diceva la Zuppidda, perché
               la Vespa aveva la sua brava <term ana="#chiusa"> chiusa </term>, e se voleva
               maritarsi non prendeva uno il quale non possedeva altro che un carro da asino: <seg
                  type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_morte"> «carro cataletto»
               </seg> dice il proverbio. Ella ha gettato gli occhi su di suo zio Campana di legno,
               la furbaccia!</p>
            <p n="II.68">Le ragazze fra di loro prendevano le parti di Mosca, contro quella brutta
               Vespaccia; e la Nunziata poi si sentiva il cuore gonfio dal disprezzo che gettavano
               su di compare Alfio, pel solo motivo che era povero, e non aveva nessuno al mondo, e
               tutto a un tratto disse a Mena - Se fossi grande io me lo piglierei, se me lo
               dessero.</p>
            <p n="II.69">La Mena stava per dire anche lei qualche cosa; ma cambiò subito
               discorso.</p>
            <p n="II.70">- Che ci vai tu alla città, per la festa dei Morti?</p>
            <p n="II.71">- No, non ci vado perché non posso lasciar la casa sola.</p>
            <p n="II.72">- Noi ci andremo, se il negozio dei lupini va bene; l'ha detto il
               nonno.</p>
            <p n="II.73">Poi ci pensò su, e soggiunse:</p>
            <p n="II.74">- Compar Alfio ci suole andare anche lui, a vendere le sue noci.</p>
            <p n="II.75">E tacquero entrambe, pensando alla festa dei Morti, dove compar Alfio
               andava a vendere le sue noci.</p>
            <p n="II.76">- Lo zio Crocifisso, con quell'aria di Peppinino se la mette in tasca la
               Vespa! ripigliava la cugina Anna.</p>
            <p n="II.77">- Questo vorrebbe lei! rispose di botto la Zuppidda, la Vespa non vorrebbe
               altro, che se la mettesse in tasca! Ella gli è sempre per casa, come il gatto, col
               pretesto di portargli i buoni bocconi, e il vecchio non dice di no, tanto più che non
               gli costa nulla. Ella lo ingrassa come un maiale, quando gli si vuol fare la festa.
               Ve lo dico io, la Vespa vuole entrargli in tasca!</p>
            <p n="II.78">Ognuna diceva la sua dello zio Crocifisso, il quale piagnucolava sempre, e
               si lamentava come Cristo in mezzo ai ladroni, e intanto aveva denari a palate, ché la
               Zuppidda, un giorno che il vecchio era malato, aveva vista una cassa grande così
               sotto il letto.</p>
            <p n="II.79">La Longa si sentiva sullo stomaco il debito delle quarant'onze dei lupini,
               e cambiò discorso, perché le orecchie ci sentono anche al buio, e lo zio Crocifisso
               si udiva discorrere con don Giammaria, mentre passavano per la piazza, lì vicino,
               tanto che la Zuppidda interruppe i vituperi che stava dicendo di lui per
               salutarlo.</p>
            <p n="II.80">Don Silvestro rideva come una gallina, e quel modo di ridere faceva montare
               la mosca al naso allo speziale, il quale per altro di pazienza non ne aveva mai
               avuta, e la lasciava agli asini e a quelli che non volevano fare la rivoluzione
               un'altra volta.</p>
            <p n="II.81">- Già, voi non ne avete mai avuta, perché non sapreste dove metterla! gli
               gridava don Giammaria; e don Franco, ch'era piccino, ci si arrabbiava e accompagnava
               il prete con parolacce che si sentivano da un capo all'altro della piazza, allo
               scuro. Campana di legno, duro come un sasso, si stringeva nelle spalle, e badava a
               ripetere che a lui non gliene importava, e attendeva ai fatti suoi. - Come se non
               fossero fatti vostri quelli della Confraternità della Buona Morte, che nessuno paga
               più un soldo! gli diceva don Giammaria. - La gente, quando si tratta di cavare i
               denari di tasca, diventa una manica di protestanti, peggio dello speziale, e vi
               lascia tenere la cassa della Confraternità per farvi ballare i sorci, che è una vera
               porcheria!</p>
            <p n="II.82">Don Franco dalla sua bottega sghignazzava alle loro spalle a voce alta,
               cercando d'imitare la risata di don Silvestro che faceva andare in bestia la gente.
               Ma lo speziale era della setta, si sapeva; e don Giammaria gli gridava dalla
               piazza:</p>
            <p n="II.83">- I denari li trovereste, se si trattasse di scuole e di lampioni!</p>
            <p n="II.84">Lo speziale stette zitto, perché si era affacciata sua moglie alla
               finestra; e lo zio Crocifisso, quando fu abbastanza lontano da non temere che
               l'udisse don Silvestro il segretario, il quale si beccava anche quel po' di stipendio
               di maestro elementare:</p>
            <p n="II.85">- A me non me ne importa - ripeteva - Ma ai miei tempi non c'erano tanti
               lampioni, né tante scuole; non si faceva bere l'asino per forza, e si stava
               meglio.</p>
            <p n="II.86">- A scuola non ci siete stato voi; eppure i vostri affari ve li sapete
               fare.</p>
            <p n="II.87">- E il mio catechismo lo so, aggiunse lo zio Crocifisso per non restare in
               debito.</p>
            <p n="II.88">Nel calore della disputa don Giammaria aveva perso il battuto, sul quale
               avrebbe attraversato la piazza anche ad occhi chiusi, e stava per rompersi il collo,
               e lasciar scappare, Dio perdoni, una parola grossa.</p>
            <p n="II.89">- Almeno l'accendessero, i loro lumi!</p>
            <p n="II.90">- Al giorno d'oggi bisogna badare ai fatti propri, conchiuse lo zio
               Crocifisso.</p>
            <p n="II.91">Don Giammaria andava tirandolo per la manica del giubbone per dire corna di
               questo e di quell'altro, in mezzo alla piazza, all'oscuro; del lumaio che rubava
               l'olio, di don Silvestro che chiudeva un occhio, e del sindaco «Giufà», che si
               lasciava menare per il naso. Mastro Cirino, ora che era impiegato del comune, faceva
               il sagrestano come Giuda, che suonava l'angelus quando non aveva nulla da fare, e il
               vino per la messa lo comperava di quello che aveva bevuto sulla croce Gesù
               Crocifisso, ch'era un vero sacrilegio. Campana di legno diceva sempre di sì col capo
               per abitudine, sebbene non si vedessero in faccia, e don Giammaria, come li passava a
               rassegna ad uno ad uno diceva: - Costui è un ladro - quello è un birbante -
               quell'altro è un giacobino. - Lo sentite Piedipapera che sta discorrendo con padron
               Malavoglia e padron Cipolla? Un altro della setta, colui! un arruffapopolo, con
               quella gamba storta! - E quando lo vedeva arrancare per la piazza faceva il giro
               lungo, e lo seguiva con gli occhi sospettosi, per scavare cosa stesse macchinando con
               quell'andatura. - Quello là ha il piede del diavolo! borbottava. - Lo zio Crocifisso
               si stringeva nelle spalle, e tornava a ripetere che egli era un galantuomo, e non
               voleva entrarci. - Padron Cipolla, un altro sciocco, <seg type="phrase"
                  ana="#seg_MA_phrase_apparenza"> un pallone di vento </seg> colui! che si lasciava
               abbindolare da Piedipapera... ed anche padron 'Ntoni, ci sarebbe cascato anche
               lui!... Bisogna aspettarsi tutto, al giorno d'oggi!</p>
            <p n="II.92">- Chi è galantuomo bada ai fatti suoi, ripeteva lo zio Crocifisso.</p>
            <p n="II.93">Invece compare Tino, seduto come un presidente, sugli scalini della chiesa,
               sputava sentenze: - Sentite a me; prima della rivoluzione era tutt'altra cosa. Adesso
               i pesci sono maliziati, ve lo dico io!</p>
            <p n="II.94">- No; le acciughe sentono il grecale ventiquattr'ore prima di arrivare,
               riprendeva padron 'Ntoni; è sempre stato così; l'acciuga è un pesce che ha più
               giudizio del tonno. Ora di là del Capo dei Mulini, li scopano dal mare tutti in una
               volta, colle reti fitte.</p>
            <p n="II.95">- Ve lo dico io cos'è! ripigliò compare Fortunato. Sono quei maledetti
               vapori che vanno e vengono, e battono l'acqua colle loro ruote. Cosa volete, i pesci
               si spaventano e non si fanno più vedere. Ecco cos'è.</p>
            <p n="II.96">Il figlio della Locca stava ad ascoltare a bocca aperta, e si grattava il
               capo. - Bravo! disse poi. Così pesci non se ne troverebbero più nemmeno a Siracusa né
               a Messina, dove vanno i vapori. Invece li portano di là a quintali colla
               ferrovia.</p>
            <p n="II.97">- Insomma sbrigatevela voi! esclamò allora padron Cipolla indispettito,
                  <seg type="phrase" ana="#seg_MA_phrase_responsabilita"> io me ne lavo le mani
               </seg>, e non me ne importa un fico, giacché ci ho le mie chiuse e le mie vigne che
               mi danno il pane.</p>
            <p n="II.98">E Piedipapera assestò uno scapaccione al figlio della Locca, per
               insegnargli l'educazione. - Bestia! quando parlano i più vecchi di te sta zitto.</p>
            <p n="II.99">Il ragazzaccio allora se ne andò strillando e dandosi dei pugni nella
               testa, che tutti lo pigliavano per minchione perché era figlio della Locca. E padron
               'Ntoni col naso in aria, osservò: - Se il maestrale non si mette prima della
               mezzanotte, la Provvidenza avrà tempo di girare il Capo.</p>
            <p n="II.100">Dall'alto del campanile caddero lenti lenti dei rintocchi sonori. - Un'ora
               di notte! osservò padron Cipolla.</p>
            <p n="II.101">Padron 'Ntoni si fece la croce e rispose:</p>
            <p n="II.102">- Pace ai vivi e riposo ai morti.</p>
            <p n="II.103">- Don Giammaria ha i vermicelli fritti per la cena stasera; osservò
               Piedipapera fiutando verso le finestre della parocchia.</p>
            <p n="II.104">Don Giammaria, passando lì vicino per andare a casa, salutò anche
               Piedipapera, perché ai tempi che corrono bisogna tenersi amici quelle buone lane; e
               compare Tino, che aveva tuttora l'acquolina in bocca, gli gridò dietro:</p>
            <p n="II.105">- Eh! vermicelli fritti stasera, don Giammaria!</p>
            <p n="II.106">- Lo sentite! anche quello che mangio! borbottava don Giammaria fra i
               denti; fanno anche la spia ai servi di Dio per contar loro i bocconi! Tutto in odio
               alla chiesa! - e incontrandosi naso a naso con don Michele, il brigadiere delle
               guardie doganali, il quale andava attorno colla pistola sullo stomaco, e i calzoni
               dentro gli stivali, in cerca di contrabbandieri: - A questi altri non glielo fanno il
               conto di quel che mangiano.</p>
            <p n="II.107">- Questi qui mi piacciono! rispondeva Campana di legno: questi qui che
               stanno a guardia della roba dei galantuomini mi piacciono!</p>
            <p n="II.108">- Se gli dessero l'imbeccata sarebbe della setta anche lui! diceva fra di
               sé don Giammaria picchiando all'uscio di casa. Tutti una manica di ladri! e continuò
               a borbottare, col picchiatoio in mano, seguendo con occhio sospettoso i passi del
               brigadiere che si dileguavano nel buio, verso l'osteria, e rimuginando perché andasse
               a guardarli dalla parte dell'osteria gl'interessi dei galantuomini colui!</p>
            <p n="II.109">Però compare Tino lo sapeva perché don Michele andasse a guardare
               gl'interessi dei galantuomini dalla parte dell'osteria, ché ci aveva perso delle
               notti a stare in agguato dietro l'olmo lì vicino per scoprirlo; e soleva dire:</p>
            <p n="II.110">- Ci va per confabulare di nascosto con lo zio Santoro, il padre della
               Santuzza. Quelli che mangiano il pane del re devono tutti far gli sbirri, e sapere i
               fatti di ognuno a Trezza e dapertutto, e lo zio Santoro, così cieco com'è, che sembra
               un pipistrello al sole, sulla porta dell'osteria, sa tutto quello che succede in
               paese, e potrebbe chiamarci per nome ad uno ad uno soltanto a sentirci camminare. Ei
               non ci sente solo quando massaro Filippo va a recitare il rosario colla Santuzza, ed
               è un tesoro per fare la guardia, meglio di come se gli avessero messo un fazzoletto
               sugli occhi.</p>
            <p n="II.111">Maruzza udendo suonare un'ora di notte era rientrata in casa lesta lesta,
               per stendere la tovaglia sul deschetto; le comari a poco a poco si erano diradate, e
               come il paese stesso andava addormentandosi, si udiva il mare che russava lì vicino,
               in fondo alla straduccia e ogni tanto sbuffava, come uno che si volti e rivolti pel
               letto. Soltanto laggiù all'osteria, dove si vedeva il lumicino rosso, continuava il
               baccano, e si udiva il vociare di Rocco Spatu il quale faceva festa tutti i
               giorni.</p>
            <p n="II.112">- Compare Rocco ha il cuore contento, disse dopo un pezzetto dalla sua
               finestra Alfio Mosca, che pareva non ci fosse più nessuno.</p>
            <p n="II.113">- Oh siete ancora là, compare Alfio! rispose Mena, la quale era rimasta
               sul ballatoio ad aspettare il nonno.</p>
            <p n="II.114">- Sì, sono qua, comare Mena; sto qua a mangiarmi la minestra; perché
               quando vi vedo tutti a tavola, col lume, mi pare di non esser tanto solo, che va via
               anche l'appetito.</p>
            <p n="II.115">- Non ce l'avete il cuore contento voi?</p>
            <p n="II.116">- Eh! ci vogliono tante cose per avere il cuore contento!</p>
            <p n="II.117">Mena non rispose nulla, e dopo un altro po' di silenzio compare Alfio
               soggiunse:</p>
            <p n="II.118">- Domani vado alla città per un carico di sale.</p>
            <p n="II.119">- Che ci andate poi per i Morti? domandò Mena.</p>
            <p n="II.120">- Dio lo sa, quest'anno quelle quattro noci son tutte fradicie.</p>
            <p n="II.121">- Compare Alfio ci va per cercarsi la moglie alla città, rispose la
               Nunziata dall'uscio dirimpetto. - Che è vero? domandò Mena.</p>
            <p n="II.122">- Eh, comare Mena, se non dovessi far altro, al mio paese ce n'è delle
               ragazze come dico io, senza andare a cercarle lontano.</p>
            <p n="II.123">- Guardate quante stelle che ammiccano lassù! rispose Mena dopo un
               pezzetto. Ei dicono che sono le anime del Purgatorio che se ne vanno in Paradiso.</p>
            <p n="II.124">- Sentite, le disse Alfio dopo che ebbe guardate le stelle anche lui; voi
               che siete Sant'Agata, se vi sognate un terno buono, ditelo a me, che ci giuocherò la
               camicia, e allora potrò pensarci a prender moglie...</p>
            <p n="II.125">- Buona sera! rispose Mena.</p>
            <p n="II.126">Le stelle ammiccavano più forte, quasi s'accendessero, e i tre re
               scintillavano sui fariglioni colle braccia in croce, come Sant'Andrea. Il mare
               russava in fondo alla stradicciuola, adagio adagio, e a lunghi intervalli si udiva il
               rumore di qualche carro che passava nel buio, sobbalzando sui sassi, e andava pel
               mondo il quale è tanto grande che se uno potesse camminare e camminare sempre, giorno
               e notte, non arriverebbe mai, e c'era pure della gente che andava pel mondo a
               quell'ora, e non sapeva nulla di compar Alfio, né della Provvidenza che era in mare,
               né della festa dei Morti; - così pensava Mena sul ballatoio aspettando il nonno.</p>
            <p n="II.127">Il nonno s'affacciò ancora due o tre volte sul ballatoio, prima di
               chiudere l'uscio, a guardare le stelle che luccicavano più del dovere, e poi
               borbottò: - <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_amarezza">
                  «Mare amaro!»</seg></p>
            <p n="II.128">Rocco Spatu si sgolava sulla porta dell'osteria davanti al lumicino.</p>
            <p n="II.129">- <seg type="phrase" subtype="proverbio" ana="#seg_MA_phrase_serenita">
                  «Chi ha il cuor contento sempre canta» conchiuse padron 'Ntoni.</seg></p>
         </div>
      </body>
      <back>
         <list type="nota_proverbio">
            <item xml:id="seg_MA_phrase_preferenze">
               <label>Chi la vuol cotta e chi la vuol cruda</label>
               <note>
                  <p>Il proverbio «Chi la vuol cotta e chi la vuol cruda», senza virgolettature si
                     inserisce in modo mimetico nel parlato dei personaggi, deriva dal siciliano
                     «Cui la voli cotta, cui la voli cruda» (Pitrè I: 15), attestato nella
                     tradizione paremiologica isolana. In A è aggiunta interlineare che sostituisce
                     una precedente lezione: «Ciascuno aspetta quello che desidera». Il proverbio
                     compare anche in una lettera a Treves (18 settembre 1873) (Verga 1995: 30-31).
                     Appartiene al gruppo delle antitesi binarie, strutture fondate sulla
                     giustapposizione simmetrica di due membri opposti (Alfieri 1985: 137). Alfieri
                     inserisce questo proverbio nella casistica degli schemi metrici non coincidenti
                     tra la formulazione dialettale di base e quella adottata da Verga. Nel
                     proverbio siciliano si contano dodici sillabe, mentre nella versione italiana
                     verghiana il numero si riduce a undici, risolvendosi in un endecasillabo
                     compiuto. Tale esito è determinato da un duplice intervento: da un lato, un
                     troncamento fonetico dall’altro l’inserzione della congiunzione (e) che funge
                     da elemento di legamento ritmico e sintattico e che salda i due membri opposti
                     in un’unica unità ritmica. La traduzione del proverbio porta quindi a un
                     decremento sillabico e al conseguente endecasillabo compiuto (Alfieri 1985:
                     169-172). Nel romanzo la formula è pronunciata da Piedipapera come battuta
                     conclusiva e svalutativa nella quale svela la logica che regge questi discorsi,
                     pronunciati sul sagrato della chiesa mentre i proprietari di Trezza stanno
                     seduti a commentare, una logica tutta orientata all’utile perché ciascuno pensa
                     solo ai propri interessi (Verga 1988: 31). </p>
               </note>
               <bibl>Pitrè</bibl>
               <bibl>Verga 1995</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 1988</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_mare">
               <label>«Mare crespo, vento fresco»</label>
               <note>
                  <p> L’espressione «Mare crespo, vento fresco» deriva dal proverbio dialettale
                     «Mari crispu, ventu friscu», attestato nelle raccolte paremiografiche siciliane
                     di Pitrè (Pitrè III: 40) con un’italianizzazione lessicale evidente (crispu >
                     crespo; friscu > fresco). Il proverbio è presente tra gli appunti paremiologici
                     di Giovanni Verga, inserito nella sezione tematica Stagioni, Tempo (Verga 2014:
                     377). Rientra tra le formule caratterizzate da allitterazione vocalica e
                     simmetria posizionale dei suoni, espedienti fonico-metrici che favoriscono la
                     memorizzazione e la circolazione orale. Già Pitrè aveva osservato che
                     l’allitterazione costituisce una particolarità non accidentale dei proverbi,
                     funzionando come elemento di legame e richiamo mnemonico tra le parole della
                     frase. Nel caso specifico, la versione italiana «Mare crespo, vento fresco»
                     conserva integralmente l’assetto fonico della base dialettale «Mari crispu,
                     ventu friscu», mantenendo l’allineamento delle occlusive e delle fricative
                     iniziali (c/f), nonché la struttura binaria perfettamente simmetrica. Anche
                     Alfieri rileva che questo proverbio appartiene al gruppo di formule in cui
                     l’espediente metrico dell’allitterazione, presente nella versione siciliana, si
                     mantiene nella resa italiana, producendo un effetto stilistico immediato e
                     riconoscibile (Alfieri 1985: 192). Alfieri lo inserisce tra i proverbi leggeri,
                     dal ritmo quasi cantilenante, prossimi per andamento alle filastrocche, ma
                     sottolinea come la medesima tecnica fonica sia condivisa anche da proverbi di
                     tono moraleggiante, spesso affidati alla voce di padron ’Ntoni (Alfieri 1985:
                     192). Il sintagma ventu friscu è spiegato dalla lessicografia siciliana come
                     termine tecnico marinaresco: Mortillaro lo definisce «vento gagliardo, ma
                     favorevole», chiarendo così il valore non minaccioso ma operativo del “fresco”
                     nel linguaggio dei marinai (Mortillaro, s.v. “friscu”, p. 514). </p>
               </note>
               <bibl>Pitrè III</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Mortillaro</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_natura">
               <label>Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente</label>
               <note>
                  <p>L’espressione «Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di
                     ponente» deriva dal proverbio dialettale «Quannu lu suli si curca ’nsaccatu,
                     s’aspettanu li venti di Punenti» (Alfieri 1985: 192). Appartiene allo stesso
                     nucleo paremiologico della formula più breve «Quannu lu suli si ’nsacca, ventu
                     o acqua» (Pitrè III: 55). Rispetto a quest’ultima, la variante lunga esplicita
                     il sapere meteorologico marinaro, specificando l’arrivo dei venti di ponente
                     (Verga 1995: 30). Nel capitolo il proverbio viene inserito nel parlato: padron
                     Cipolla, che ha la vigna, lo impiega come sentenza funzionale ai propri
                     interessi agricoli; per contro, per padron ’Ntoni la stessa previsione è una
                     minaccia, perché ha in mare la Provvidenza, e il richiamo al segno del “sole
                     insaccato” si lega alla preoccupazione per la navigazione (Verga 1988: 310). In
                     questo scarto di prospettiva si vede bene la dinamica verghiana del proverbio:
                     non una verità astratta, ma una formula che ciascuno piega alla propria utilità
                     immediata; come osserva Piedipapera, ognuno lo adatta ai propri bisogni (Verga
                     1993: 44). Il proverbio meteorologico, così, non predice soltanto il tempo, ma
                     rafforza l’idea di un ordine naturale che precede e sovrasta l’azione umana.
                     Appartiene inoltre al patrimonio dei proverbi meteorologici marinari,
                     ampiamente attestati nella tradizione siciliana ottocentesca: è inserito nella
                     sezione tematica Meteorologie, Stagioni, Tempo (Verga 2014: 377). Come rileva
                     Alfieri, rientra infine tra le formule in cui l’espediente fonico,
                     l’allitterazione, della versione siciliana si conserva anche nella resa
                     italiana, producendo un effetto stilistico immediato e riconoscibile (Alfieri
                     1985: 192). La studiosa lo inserisce, inoltre, tra i proverbi leggeri, dal
                     ritmo quasi cantilenante, prossimi per andamento alle filastrocche, ma
                     sottolinea come la medesima tecnica fonica sia condivisa anche da proverbi di
                     tono moraleggiante, spesso affidati alla voce di padron ’Ntoni (Alfieri 1985:
                     192).</p>
               </note>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Pitrè III</bibl>
               <bibl>Verga 1995</bibl>
               <bibl>Verga 1988</bibl>
               <bibl>Verga 1993</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_tradizione">
               <label>«'Ntroi 'ntroi, ciascuno coi pari suoi»</label>
               <note>
                  <p>Il proverbio verghiano «’Ntroi, ’ntroi, ciascuno coi pari suoi» deriva dalla
                     formula siciliana «’Ntrò, ’ntrò cu li pari tò»» (Pitrè II: 70). I segmenti
                     iniziali (’ntroi/’ntrò/’ntrua), privi di valore semantico autonomo, svolgono
                     una funzione puramente fonico-ritmica, funzionale alla rima e alla
                     memorizzazione (Verga 1988: 35 cfr. Verga 1993: 46) si confronti infatti IX,
                     57: «’Ntrua ’ntrua! ciascuno a casa sua». Accanto a tali forme amplificate, la
                     tradizione paremiologica registra anche varianti più brevi e semanticamente
                     trasparenti, come «Megghiu stari ognunu cu li soi» (Pitrè I: 239). La
                     formulazione originaria del proverbio è attestata, non virgolettata, nel testo
                     base di A «Pari con pari e statti con i tuoi», nonché negli abbozzi M5, p. 25
                     «Pari con pari e statti coi tuoi» e MG, p. 29 «Pari con pari e giuoca coi
                     tuoi», in linea con la lezione registrata da Pitrè: «Pari cu pari, e joca cu li
                     toi» (Pitrè I: 241). Il proverbio è presente tra gli appunti paremiologici di
                     Giovanni Verga, come risulta dalla lista dei proverbi raccolti dall’autore
                     durante la fase preparatoria del romanzo inserito nella sezione Donna (Verga
                     2014: 374). Pitrè registra, sotto la rubrica Compagnia buona e cattiva, la
                     forma «Pari cu pari, e joca cu li toi», riferita originariamente ai rapporti di
                     amicizia, affiancata da varianti semanticamente affini come «Megghiu stari
                     ognunu cu li soi» (Alfieri 1985: 100), nonché dal corrispettivo toscano «Simili
                     con simili, e impacciati coi tuoi». Accanto a tali formulazioni semanticamente
                     piene, la tradizione documenta forme amplificate a funzione prevalentemente
                     fonico-ritmica, quali «’Ntrò ’ntrò cu li pari tò» (Pitrè II: 70) e «’Ntrua
                     ’ntrua! ciascuno a casa sua» (IX, 57), in cui i segmenti iniziali privi di
                     valore semantico autonomo assolvono a una funzione rimica e mnemonica. La resa
                     definitiva «’Ntroi ’ntroi, ciascuno coi pari suoi» nasce dall’interazione di
                     moduli convergenti della stessa fonte e dalla ritraduzione dell’altra
                     occorrenza con inserimento del pronome indefinito per colmare l’ellissi. Questo
                     procedimento può essere ricondotto alla contaminazione di proverbi diversi
                     descritta da Alfieri (Alfieri 1985: 99-100): l’assunzione del proverbio non
                     avviene per semplice ripresa di una forma data, ma attraverso la combinazione
                     di diverse formulazioni proverbiali registrate da Pitrè, semanticamente
                     affini.</p>
               </note>
               <bibl>Pitrè II</bibl>
               <bibl>Verga 1988</bibl>
               <bibl>Verga 1993</bibl>
               <bibl>Pitrè I</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_ruolo">
               <label>«Ognuno all'arte sua, e il lupo alle pecore»</label>
               <note>
                  <p> Il proverbio rientra tra i casi che Alfieri riconduce al fenomeno della
                     ritraduzione. Pur essendo attestata anche una forma siciliana monomembre
                     «Ognunu ca’ l’arti sua», (Pitrè II: 436), la formulazione verghiana non sembra
                     derivare direttamente da questa, ma da una variante non toscana, di area umbra,
                     già strutturata in forma bimembre. Verga assume dunque una versione proverbiale
                     già ampliata e la reimmette nel parlato popolare del romanzo, rafforzandone il
                     valore figurale ed esplicativo attraverso l’aggiunta del secondo membro («il
                     lupo alle pecore»), che rende più concreta l’applicazione del principio
                     generale (Alfieri 1985: 164, 169). Il proverbio presenta una struttura binaria
                     regolare riconducibile a due settenari sciolti (7+7, Ognuno all’arte sua / e il
                     lupo alle pecore), rientrando nei casi di coincidenza tra schema metrico
                     originario e formulazione assunta nel testo. Come osserva Alfieri, la piena
                     sovrapponibilità sillabica rende superfluo qualsiasi adattamento metrico nella
                     resa verghiana; nel contesto del parlato il modulo binario è percepibile come
                     senario doppio, con ritmo giambico accentuato, favorendo l’inserimento mimetico
                     del proverbio nel tessuto dialogico (Alfieri 1985: 169-171). A chiarire il
                     senso del proverbio, la lezione precedente in A: «Mia nipote Mena deve sposare
                     uno che fa il mestiere di suo padre» (Verga 1995: 34). Il proverbio afferma che
                     ciascuno deve attendere al proprio mestiere, così come il lupo è naturalmente
                     portato a dare la caccia alle pecore. L’enunciato, dal tono in parte sibillino,
                     ribadisce il principio secondo cui ognuno deve curare i propri interessi e
                     assumersi le responsabilità che derivano dalla propria condizione sociale
                     (Verga 1993: 46). Il senso del proverbio è «ognuno ha i suoi compiti, il nostro
                     è quello di maritare i figli» (Verga 1988: 34). Nel romanzo il proverbio,
                     inserito nel discorso di padron ’Ntoni, partecipa al sistema di motti e
                     sentenze attraverso cui il patriarca interpreta l’ordine sociale e morale del
                     mondo. Alfieri, infatti, lo inserisce nella sezione I mestieri (Alfieri 1985:
                     309). </p>
               </note>
               <bibl>Pitrè II</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 1995</bibl>
               <bibl>Verga 1993</bibl>
               <bibl>Verga 1988</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_destino">
               <label>«La ragazza com'è educata, e la stoppa com'è filata»</label>
               <note>
                  <p>L’espressione «la ragazza come è educata, e la stoppa com’è filata» deriva dal
                     proverbio siciliano «La figghia com’è addivata (o - la picciotta com’è
                     ‘nsignata) la stuppa com’è filata» (Pitrè II: 92). Nel passaggio verghiano il
                     proverbio viene assunto in italiano nella forma regolarizzata (quella riportata
                     in parentesi nelle fonti), ma conserva tracce riconoscibili della matrice
                     dialettale: ragazza è la traduzione di picciotta, mentre educata rende
                     ’nsignata, voce difficilmente trasferibile in italiano, senza irrigidire la
                     frase. La scelta di questa specifica formulazione non è neutra, ma guidata dal
                     contesto immediatamente precedente, dove la narrazione insiste proprio
                     sull’atto dell’educare («[…]come la Longa avesse saputo educarla la
                     figliuola»). In questo punto il proverbio funziona quasi da sigillo che
                     riassume e convalida, in forma sentenziosa, ciò che è appena stato detto. Non a
                     caso, nella paremiografia pitréiana il proverbio è accompagnato da una glossa
                     esplicativa che mette in parallelo i due termini della comparazione: la ragazza
                     vale secondo l’educazione ricevuta, come la stoppa rende secondo come è stata
                     filata; l’effetto complessivo è quindi quello di sanzionare positivamente e
                     socialmente la buona educazione (Alfieri 1985: 207-208). Una ragazza deve
                     essere giudicata dalla sua educazione, come la stoppa da come è filata. La
                     stoppa è il cascame della pettinatura della canapa e del lino, che viene
                     cardato o filato per servire, generalmente, come imbottitura (Verga 1993: 46)
                     (Macaluso Storaci: 315). La stoppa può acquistare valore dal modo in cui è
                     filata, così una ragazza può essere giudicata dal modo in cui è educata (Verga
                     1995: 34). Quando invece il romanzo ripropone il motto in un altro passo, entro
                     un discorso esplicitamente orientato al matrimonio («La figliuola com’è
                     avvezzata, e la stoppa com’è filata[…] sarebbe tempo di maritarla»), Verga
                     sceglie coerentemente la seconda variante, più adatta a quel quadro pragmatico:
                     qui l’asse non è tanto l’educazione in senso astratto, quanto l’abitudine
                     formata e verificabile (avvezzata) e la maturazione (cresciuta). La scelta,
                     inoltre, è corroborata da una doppia corrispondenza con la base dialettale
                     richiamata dalle fonti: figghia > figliuola e crisciuta > cresciuta (Alfieri
                     1985: 207-208). La resa di picciotta con ragazza non appare episodico, ma
                     rientra in un comportamento stilistico ricorrente nei Malavoglia: le
                     concordanze elettroniche della Crusca mostrano molte occorrenze di ragazza, a
                     fronte dell’assenza del più toscaneggiante e manzonianamente connotato giovane
                     al femminile. In questo modo la traduzione non si limita a italianizzare il
                     proverbio, ma contribuisce a stabilire una norma lessicale interna al romanzo,
                     coerente con la sua strategia di mimesi del parlato (Alfieri 1985: 207).</p>
               </note>
               <bibl>Pitrè II</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 1993</bibl>
               <bibl>Macaluso Storaci</bibl>
               <bibl>Verga 1985</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_donna">
               <label>«A donna alla finestra non far festa»</label>
               <note>
                  <p>Il proverbio «A donna alla finestra non far festa» è la riduzione italiana di
                     un distico siciliano attestato da Pitrè: «A fimmina ’n finestra ’un fari festa,
                     / A fimmina ca’ ridi ’un ci aviri fidi» (Pitrè II: 61). La forma verghiana
                     rientra nella tecnica di selezione che Alfieri descrive come distico amputato:
                     Verga trattiene il primo verso ed elimina il secondo, mirando a una maggiore
                     efficienza contestuale e a una resa più scorrevole nel parlato narrativo
                     (Alfieri 1985: 53). Il motto è inoltre registrato nelle carte preparatorie in
                     forma abbreviata, nella sezione Donna (Verga 2014: 371). Sul piano della
                     costruzione della sequenza, il proverbio non entra come citazione isolata, ma
                     viene preparato e fatto circolare da un nucleo lessicale che domina la pagina:
                     finestra. In particolare, il sintagma «stare alla finestra», carico di valori
                     simbolici nel linguaggio rusticano, funziona da innesco per l’intera catena
                     discorsiva: anticipa la sentenza, orienta la battuta successiva («un marito se
                     lo pescano») e sostiene lo slittamento metaforico che porta all’immagine
                     dell’irretimento («si era lasciato irretire dentro le gonnelle»), fino alla
                     ripresa conclusiva («stanno alla finestra colla faccia tosta»), con effetto di
                     chiusura circolare (Verga 1995: 35). Nel commentare la sequenza della
                     Mangiacarrubbe, Spitzer osserva che non è sempre certo dove finisca il
                     proverbio e dove inizi la frase narrativa; in alcune edizioni, la punteggiatura
                     fa quasi del segmento successivo («e Vanni Pizzuto le portava») il naturale
                     prolungamento della sentenza, mentre altrove quel raccordo si attenua. Resta
                     però decisivo che il proverbio ricorre più volte e che la sua parola-nucleo è
                     appunto finestra (Spitzer 1956: 40). Da qui la conseguenza stilistica: la
                     paremia opera come blocco associativo che passa di bocca in bocca (in primis la
                     Zuppidda), producendo reazioni collettive e stereotipate; la sentenza non
                     chiude, ma apre e organizza l’invettiva, dando forma compatta al pettegolezzo
                     (Spitzer 1956: 40). In questo senso, il “parlare in proverbi” non è semplice
                     frequenza di citazioni, ma inquadramento strettissimo: una parola-chiave
                     richiama la formula e la formula, a sua volta, genera la frase successiva
                     (Spitzer 1956: 40). Non è presente un solo motto, ma più proverbi che si legano
                     al contesto grazie a anticipazioni e riprese lessicali o sintattiche, come se
                     il testo preparasse la formula e poi la facesse riecheggiare. La sentenza viene
                     preannunciata da «stare alla finestra», rilanciata dalla replica della cugina e
                     ripresa nella chiusa, così che l’intera sequenza risulta tenuta insieme da una
                     catena di richiami. Per Bronzini, questo è un esempio tipico della tecnica di
                     «incatenamento e sviluppo», che produce l’azione proverbiale verghiana (Alfieri
                     1985: 114). Nel complesso, la sentenza appartiene a un gruppo di proverbi
                     morali e normativi centrati sul controllo della visibilità femminile nello
                     spazio pubblico, dove la finestra agisce da luogo liminare tra interno
                     domestico ed esterno sociale; proprio per questo, nel passo essa funziona come
                     giudizio generale che legittima il pettegolezzo. </p>
               </note>
               <bibl>Pitrè II</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Verga 1995</bibl>
               <bibl>Spitzer 1956</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_cattiveria">
               <label>«Bocca amara sputa fiele»</label>
               <note>
                  <p>Il proverbio «Bocca amara sputa fiele» trova riscontro nella raccolta di Pitrè,
                     dove è attestata la forma dialettale «Vucca amara feli jetta» (Verga 1988: 36
                     cfr Alfieri 1985: 175) e con il corrispondente toscano «Chi ha in bocca il
                     fiele non può sputar miele». Il proverbio è presente anche tra gli appunti
                     paremiologici di Giovanni Verga, come risulta dalla lista dei proverbi raccolti
                     dall’autore durante la fase preparatoria del romanzo inserito nella sezione
                     Maldicenza (Verga 2014: 376). Verga arriva alla formulazione del proverbio
                     selezionando, l’ultimo di una serie di quattro varianti molto simili («Cu’
                     agghiutti feli ’un pò sputari meli», «Cui dintra havi amaru, nun pò sputari
                     duci», «Ciu mancia feli, sputa feli», «Vucca amara, feli jetta») (Pitrè Il:
                     391), prediligendo una soluzione più breve e incisiva, adatta al parlato. Lo
                     scarto del toscano conferma la preferenza per la lezione succinta ed efficace
                     (Alfieri 1985: 92-93). Il movente della scelta sembra nascere dal contesto, in
                     particolare dalla funzione di cerniera che lo scrittore si preoccupa di
                     costruire non solo tra una frase e l’altra o tra un paragrafo e il successivo,
                     ma perfino tra un capitolo e quello immediatamente seguente e tra capitoli o
                     sequenze narrative lontane sul piano strutturale, come ha mostrato Hempel
                     (Alfieri 1985: 92-93). Infatti, subito dopo, la narrazione riprende la stessa
                     immagine e la applica al caso concreto: «ed ella ci aveva la bocca amara
                     davvero» (Verga 1995: 37), perché soffre per la figlia che non è riuscita a
                     maritare. Secondo Alfieri, la frase che segue il motto è «estratta
                     maieuticamente dalla formula», il proverbio agisce come cerniera generativa,
                     perché dal suo valore generale si ricava subito una specificazione che lo
                     attualizza nel personaggio, convertendo la paremia in dinamica narrativa
                     (Alfieri 1985: 92-93). Il «parlare in proverbi» coincide non con una loro
                     citazione assidua, quanto inserirli in modo serrato dentro il discorso, in modo
                     che la paremia funzioni da matrice generativa dell’enunciato, facendo scaturire
                     il discorso dei personaggi dalle sue parole o, inversamente, venendo essa
                     stessa attivata e motivata dal discorso (Spitzer 1956: 40). </p>
               </note>
               <bibl>Verga 1988</bibl>
               <bibl>Pitrè II</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Verga 1995</bibl>
               <bibl>Spitzer 1956</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_morte">
               <label>«carro cataletto»</label>
               <note>
                  <p> L’espressione «Carro cataletto» è la riduzione dal proverbio siciliano
                     registrata da Pitrè, nella sezione Animali, «Carrettu, catalettu; e vurduranu
                     tabbutu apertu» (Pitrè I: 135), in A si mantiene la forma ridotta, come nella
                     fonte con la virgola di separazione (Verga 1995: 41). La perdita della rima è
                     tuttavia compensata, nella forma verghiana, da un effetto fonico diverso;
                     Alfieri, riprendendo Ambrosini, segnala l’allitterazione di carro/cataletto.
                     Infatti, la sostituzione carretto > carro, suggerita dal Rigutini, corrisponde,
                     per Nencioni, a una «consapevole scelta a favore dell’italiano-fiorentino»
                     (cfr. Lessicografia…:28 in Alfieri 1985 p.186). Pur perdendo la rima, la
                     formula recupera efficacia fonica grazie all’allitterazione, come osserva anche
                     Ambrosini («allitterante è: Carro, cataletto» Lessicografia…:37). Il proverbio
                     richiama la condizione povera e pericolosa dei carrettieri: il carro, per chi
                     lo guida, è come un cataletto, cioè una bara (Verga 1993: 50). Specie di
                     lettuccio di legname, dove si trasportano a spalla i cadaveri alla sepoltura
                     (Macaluso Storaci: 71). Il Rigutini, alla voce carretto, spiega: «Veicolo
                     piccolo, a due ruote, a mano, per trasportare roba da luogo a luogo» e ancora
                     alla voce Carro: «Veicolo assai grande e pesante, a due ruote, con timone
                     fisso, con piano, e grosse sponde a' lati, al quale si attaccano i buoi
                     specialmente de' contadini per trasportare o messi segate, o biade in sacca, o
                     vino in barili, o altre cose spettanti all'agricoltura. Veicolo comunque di
                     varie forme, sempre però grave e materiale, da trasportare mercanzie, salmerie
                     ecc.» (Rigutini-Fanfani: 236). Nella forma estesa tabettu è la cassa da morto e
                     vurduranu è invece il carrettiere (Verga 1988: 39). Il proverbio è presente tra
                     gli appunti paremiologici di Giovanni Verga, come risulta dalla lista dei
                     proverbi raccolti dall’autore durante la fase preparatoria del romanzo inserito
                     nella sezione Carrettiere (Verga 2014:368). E’ attestato nel romanzo come
                     sentenza riconosciuta e condivisa: a proposito di compare Alfio, la Zuppidda
                     osserva che «non possedeva altro che un carro da asino: “carro cataletto” dice
                     il proverbio». La formula è dunque presentata come proverbio già noto e non
                     come creazione estemporanea.</p>
               </note>
               <bibl>Pitrè</bibl>
               <bibl>Verga 1995</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 1993</bibl>
               <bibl>Macaluso Storaci</bibl>
               <bibl>Rigutini-Fanfani</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_amarezza">
               <label>«Mare amaro!»</label>
               <note>
                  <p>Il proverbio «Mare amaro» e la forma distesa «Il mare è amaro e il marinaio
                     muore in mare» è attestato in forma affine in due proverbi siciliani
                     documentati da Giuseppe Pitrè, «Lu mari è amaru» e «Lu marinaru mori a mari»
                     (Pitrè II: 428). I proverbi sono presenti tra gli appunti paremiologici di
                     Giovanni Verga, inseriti nella sezione tematica Mestieri (Verga 2014: 377).
                     Come mostra Alfieri, Verga ricompone in italiano la coppia mantenendo
                     l’allitterazione sulla base mar- («mare / amaro / marinaio»), che crea un ritmo
                     incalzante, senza che il suffisso toscano -aio rompa il disegno fonico
                     originario (Alfieri 1985: 210). I proverbi condensano una visione pessimistica
                     del rapporto tra gli uomini di mare e il loro destino. I due proverbi sono fusi
                     in uno solo nel capitolo V e VI, nella coscienza di padron ‘Ntoni sono quindi
                     legati (Verga 1988: 47). L’aggettivo «amaro» riguarda il suo valore simbolico:
                     il mare è fonte di vita e di lavoro, ma anche luogo di perdita e di morte.
                     Nell’economia del romanzo la forma interiettiva «Mare amaro!» è posta in bocca
                     a padron ’Ntoni e commenta, con la gravità di un motto degli antichi, la sera
                     della partenza di Bastianazzo, mentre la forma non ellittica «Il mare è amaro,
                     ripeteva, ed il marinaio muore in mare» dà voce allo sfogo di Mena e viene poi
                     ripresa da ’Ntoni ai compagni in mare (Alfieri 1985: 210-211). Come osserva
                     Spitzer, la scena è costruita su un filtro “corale”: perfino i segni della
                     natura, le stelle “che ammiccano”, i faraglioni in forma di croce, entrano nel
                     racconto come percezioni e credenze del paese; in questo quadro padron ’Ntoni
                     interpreta l’augurio funesto delle stelle con la formula proverbiale «Mare
                     amaro». Inoltre, la battuta conclusiva funziona anche per ragioni compositive:
                     Spitzer parla di un principio “epico-ritmico” fatto di riprese e formule, e
                     mostra che la chiusura del capitolo esige proprio l’alternanza tra la “profezia
                     sinistra” («Mare amaro!») e la battuta più ottimista, secondo una scansione
                     quasi omerica (Spitzer 1956: 42-44).</p>
               </note>
               <bibl>Pitrè II</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Verga 1988</bibl>
               <bibl>Spitzer 1956</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_serenita">
               <label>«Chi ha il cuor contento sempre canta»</label>
               <note>
                  <p>Il proverbio «Chi ha il cuor contento sempre canta» deriva dalla formula
                     siciliana «Cu' l'avi cori cuntenti sempri canta» (Pitrè I: 75). E’ presente tra
                     gli appunti paremiologici di Giovanni Verga, inserito nella sezione Allegria,
                     darsi del tempo (Verga 2014: 365). Come rileva Alfieri, questo proverbio
                     appartiene al gruppo di formule in cui l’espediente metrico
                     dell’allitterazione, presente nella versione siciliana, si mantiene nella resa
                     italiana, producendo un effetto stilistico immediato e riconoscibile (Alfieri
                     1985: 192). Alfieri lo inserisce tra i proverbi “leggeri”, dal ritmo quasi
                     cantilenante, prossimi per andamento alle filastrocche, ma sottolinea come la
                     medesima tecnica fonica sia condivisa anche da proverbi di tono moraleggiante.
                     La traduzione verghiana riproduce fedelmente il modello, conservando l’effetto
                     fonico (iterazione su c in «cuor/contento») e la cadenza chiusa che rende il
                     detto immediatamente memorabile (Alfieri 1985: 191-193). Spitzer legge «Chi ha
                     il cuor contento sempre canta» come una chiusa “ritmico-epica”: la sentenza,
                     posta in clausola di capitolo, non moralizza dall’esterno ma raddoppia per eco
                     («Compare Rocco ha il cuor contento») e fa da contrappunto alla cupa profezia
                     «Mare amaro!», mostrando come nel romanzo il proverbio agisca da meccanismo
                     strutturale di ritmo e raccordo (Spitzer 1956: 43). Il lemma Corcontento è
                     presente nel vocabolario italiano della lingua parlata Rigutini-Fanfani:
                     «Corcontento dicesi a persona amante di ogni comodo e nemica d’ogni cura»
                     (Rigutini-Fanfani: 341).</p>
               </note>
               <bibl>Pitrè I</bibl>
               <bibl>Verga 2014</bibl>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Spitzer 1956</bibl>
               <bibl>Rigutini-Fanfani</bibl>
            </item>
         </list>
         

         <list type="nota_phrase">
            <item xml:id="seg_MA_phrase_ridere">
               <label>rideva a crepapancia</label>
               <note>
                  <p>questo modo di dire viene utilizzato per descrivere l’atto di ridere a più non
                     posso. È conosciuto anche nelle varianti a crepapelle, a scoppiacorpo. Nel
                     vocabolario Storaci viene indicato anche l’uso del termine nel caso del
                     mangiare e del bere finché non si può più. (Macaluso Storaci: 93).</p>
               </note>
               <bibl>Storaci 1930 </bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_frustrazione">
               <label>guastarsi il sangue</label>
               <note>
                  <p> la spiegazione di questo termine si ritrova nel nuovo vocabolario di Macaluso
                     Storaci sotto la definizione di “guastari”, inteso come guastare, sconciare.
                     Viene utilizzato in riferimento alle vesti o alle lenzuola, o quando si vuole
                     disfare qualcosa per farne qualcos’altro. In senso figurato “guastarisi lu
                     sangu” (di cui guastarsi il sangue è la traduzione italiana) significa
                     sdegnarsi, inimicarsi con qualcuno. (Macaluso Storaci: 153).</p>
               </note>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_fatica">
               <label>ci si mangiava il fegato</label>
               <note>
                  <p> troviamo un riferimento a questo modo di dire sotto la voce “ficàtu” (fegato
                     in italiano) del vocabolario Macaluso Storaci. Viene utilizzato questo modo di
                     dire per esprimere fatica, accompagnata da ira e stizza (Macaluso Storaci:
                     126).</p>
               </note>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_apparenza">
               <label>pallone di vento</label>
               <note>
                  <p>la spiegazione di questo modo di dire è da ricercare sotto la voce “palluni”
                     (pallone) del vocabolario. Con esso si fa riferimento ad una grossa fandonia,
                     un atto e un detto fatto da una persona che si atteggia molto in apparenza, ma
                     che in realtà non vale nulla. Il modo di dire viene utilizzato da Verga per
                     descrivere Padron Cipolla. (Macaluso Storaci: 222).</p>
               </note>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_phrase_responsabilita">
               <label>io me ne lavo le mani</label>
               <note>
                  <p>la spiegazione di questo modo di dire la si individua sotto la voce “lavari”
                     (lavare in italiano) del vocabolario Storaci. Oltre all’ovvia interpretazione
                     verbale, che si può dedurre anche dalla traduzione italiana, in senso figurato
                     si usa quando si vuole esprimere la volontà di non impicciarsi in qualcosa.
                     Un’interpretazione simile la si ritrova anche sotto la voce “scutulari”
                     (muovere ed agitare qualcosa violentemente). (Macaluso Storaci: 162).</p>
               </note>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>
         </list>


         <list type="nota_explgen">
            <item xml:id="seg_MA_explgen_giudizio">
               <label>come se ci avessero il giudizio dei cristiani </label>
               <note>
                  <p>È un modo di dire che spiega, attraverso quella che potremmo definire
                     un’iperbole, che i topi assumevano atteggiamenti umani, come se avessero il
                     loro stesso intelletto. (Spitzer: 40).</p>
               </note>
               <bibl>Spitzer 1956</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_explgen_rassegnarsi">
               <label>potrai pulirti la bocca dalla speranza dell’eredità</label>
               <note>
                  <p>L'azione di "pulirsi la bocca" (Munnarisi li denti, Storaci: 114) è definita
                     nel dizionario come "non poter ottenere una cosa bramata", equivalente a
                     "rimanere a denti asciutti" o "Leccarsi i baffi" in senso di privazione. Anche
                     sotto Stujari (Storaci p.314, pulire/asciugare) si trova "Stujarisi lu mussu"
                     (pulirsi la bocca) quando non si può ottenere una cosa desiderata. </p>
               </note>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_explgen_candela">
               <label>l’olio della candela non lo perdeva</label>
               <note>
                  <p>Si allude alla constatazione che gli abitanti del paese facevano nel momento in
                     cui, passando sotto la finestra di Mena, vedevano quest’ultima all’opera al
                     telaio anche durante le ore serali, alla luce della sua candela. Essendo
                     impiegato per qualcosa di produttivo, l’olio della candela non risulta sprecato
                     inutilmente, ma speso fruttuosamente. Spitzer cita questo modo di dire a pagina
                     50, analizzandolo nel contesto delle tracce del parlato delle figure nei
                     discorsi indiretti. </p>
               </note>
               <bibl> Spitzer 1956 </bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_explgen_impossibilita">
               <label>come c’entra il cristiano con il turco</label>
               <note>
                  <p>Alfieri (p.178) cita il proverbio "Tannu la donna sta firma cu unu, quannu lu
                     turcu si fa cristianu" (Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa
                     cristiano), indicando un evento impossibile o rarissimo. Inoltre, nel
                     dizionario Storaci (p.242), "Essiri comu lu turcu a la predica" significa non
                     ascoltare o non intendere. </p>
               </note>
               <bibl>Alfieri 1985</bibl>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>

            <item xml:id="seg_MA_explgen_maldicenze">
               <label>lingua d’inferno</label>
               <note>
                  <p>Spitzer (p.40) cita questo sintagma in riferimento alla Zuppidda, accusata
                     dalla gente di essere una "lingua d'inferno". Nel dizionario Storaci, Lingua
                     (Lingua d'infernu p.166 ) è definita come persona "più che maldicente", "lingua
                     serpentina".</p>
               </note>
               <bibl>Spitzer 1956</bibl>
               <bibl>Storaci 1930</bibl>
            </item>
         </list>


         <list type="term">
            <item xml:id="colezione">
               <term>colezione</term>
               <gloss>Nel dizionario di Storaci la spiegazione di questo termine si trova sotto la
                  voce di “Culazzioni”, mentre nel De Mauro in “colazione”. Indica il piccolo pasto
                  che si fa la mattina, e quello che si fa dopo pranzo.</gloss>
               <ref target="https://dizionario.internazionale.it/parola/colazione"> De Mauro </ref>
            </item>

            <item xml:id="quistionavano">
               <term>quistionavano</term>
               <gloss>Lo ritroviamo nello Storaci sotto la voce “Custuniari”, nel senso di
                  questionare. Il termine viene utilizzato per indicare l’azione di discutere,
                  disputare, venire a diverbio. </gloss>
               <ref target="https://dizionario.internazionale.it/parola/questionare">De Mauro</ref>
            </item>

            <item xml:id="sputasentenze">
               <term>sputasentenze</term>
               <gloss> Chi parla con ostentata autorità e dà giudizi e consigli, specialmente
                  inutili o a sproposito. </gloss>
               <ref target="https://dizionario.internazionale.it/parola/sputasentenze">De
                  Mauro</ref>
            </item>

            <item xml:id="nidiata">
               <term>nidiata</term>
               <gloss>Insieme degli uccellini di un nido nati dalla stessa covata, per estensione
                  può essere usato per indicare l’insieme di cuccioli di qualsiasi animale nati da
                  un solo parto. Utilizzato in senso figurato è utilizzato per indicare anche un
                  gruppo di bambini nati dagli stessi genitori.</gloss>
               <ref target="https://dizionario.internazionale.it/parola/nidiata">De Mauro</ref>
            </item>

            <item xml:id="chiusa">
               <term>chiusa</term>
               <gloss>Tra i vari significati consultabili sul dizionario, questo termine viene
                  indicato per definire un riparo o un recinto disposto intorno a terreni coltivati,
                  o un terreno stesso.</gloss>
               <ref target="https://dizionario.internazionale.it/parola/chiusa">De Mauro</ref>
            </item>

            <item xml:id="bietolone">
               <term>bietolone</term>
               <gloss>Termine utilizzato per definire qualcuno come un sempliciotto, ottuso,
                  zuccone. </gloss>
               <ref target="https://dizionario.internazionale.it/parola/bietolone">De Mauro</ref>
            </item>
         </list>
      </back>
   </text>
</TEI>
