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         <titleStmt>
            <title>La casa in collina.</title>
         </titleStmt>
         <publicationStmt>
            <p>Pubblicato nel 1948 presso la casa editrice Einaudi.</p>
         </publicationStmt>
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            <listPerson>
               <person xml:id="Corrado">
                  <persName>Corrado</persName>
                  <note>Corrado, protagonista del racconto, è un insegnante torinese che, durante la Seconda guerra mondiale, si rifugia sulle colline piemontesi, in una casa isolata, per sfuggire ai bombardamenti e alla violenza. 
                  </note>
               </person>
               <person xml:id="Cate">
                  <persName>Cate</persName>
                  <note>Protagonista del racconto. Donna del passato di Corrado e madre di Dino</note>
               </person>
               <person xml:id="Dino">
                  <persName>Dino</persName>
                  <note>Personaggio del racconto, figlio di Cate.</note>
               </person>
               <person xml:id="Fonso">
                  <persName>Fonso</persName>
                  <note>Personaggio partigiano che rappresenta l'impegno attivo e la Resistenza, in netto contrasto con l'apatia e la solitudine del protagonista, Corrado.</note>
               </person>
               <person xml:id="Elvira">
                  <persName>Elvira</persName>
                  <note>Personaggio che vive nella casa in collina dove si rifugia Corrado.</note>
               </person>
               <person xml:id="Egle">
                  <persName>Egle</persName>
                  <note>Ragazza di ceto benestante, vicina di Elvira.</note>
               </person>
            </listPerson>
            <listPlace>
               <place xml:id="Torino">
                  <placeName>Torino</placeName>
                  <note>Città piemontese dove svolgeva il mestiere di insegnante Corrado</note>
               </place>
               <place xml:id="Fontane">
                  <placeName>Fontane</placeName>
                  <note>Un’osteria rurale, luogo di riunione di un gruppo di operai antifascisti e dei protagonisti del racconto.</note>
               </place>
               <place xml:id="collina">
                  <placeName>collina</placeName>
                  <note>Luogo del rifugio di Corrado durante il Secondo conflitto mondiale</note>
               </place>
               <place xml:id="casa">
                  <placeName>casa</placeName>
                  <note>Rifugio: luogo appartato sulla collina lontano dalla città e dalla guerra</note>
               </place>
            </listPlace>
            <listOrg>
               <org xml:id="Fascisti">
                  <orgName>Fascisti</orgName>
                  <note>Membri del movimento politico fondato in Italia da Benito Mussolini</note>
               </org>
            </listOrg>
            <listObject>
               <object xml:id="bombe">
                  <objectIdentifier>
                     <objectName>bombe</objectName>
                  </objectIdentifier>
                  <note>Ordigni esplosivi usati in contesto bellico durante la Seconda Guerra Mondiale</note>
               </object>
            </listObject>
            <listEvent>
               <event xml:id="guerra">
                  <label>guerra</label>
                  <note>Si tratta della Seconda guerra mondiale: contesto storico che incide sulla vicenda narrata</note>
               </event>
            </listEvent>
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      </fileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
      <body>
         <div type="capitolo_IV">
            <p>Quella sera rientrai sotto un’ombra di luna e chiacchierai dopo-cena in frutteto, come
               piaceva alle mie vecchie. Dalla villa vicina era venuta <persName ref="#Egle">Egle</persName>, una studentessa quindicenne che
               l’<persName ref="#Elvira">Elvira</persName> proteggeva. Dicevano che le scuole dovevano chiudersi, ch’era un delitto trattenere ancora i
               ragazzi in <placeName>città</placeName>.
            </p>
            <p>
               – E i professori. E i portinai, – aggiunsi io. – E i tranvieri. E le cassiere dei bar.
            </p>
            <p>
               I miei scherzi mettevano l’<persName ref="#Elvira">Elvira</persName> a disagio. Gli occhietti d’<persName ref="#Egle">Egle</persName> mi frugarono.
            </p>
            <p>
               – Quel che dice lo pensa, – mi chiese sospettosa, – o prende in giro anche stasera?
            </p>
            <p>
               – Tocca ai soldati far la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>, – disse la mamma di <persName ref="#Elvira">Elvira</persName>. – Non si sono mai viste delle
               cose cosí.
            </p>
            <p>
               – Tocca a tutti, – dissi. – A suo tempo gridavano tutti,
            </p>
            <p>
               La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra,
               scoperchiato <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>, portato altre <objectName ref="#bombe">bombe</objectName>.
            </p>
            <p>
               – Hanno detto, – disse <persName ref="#Egle">Egle</persName> a un tratto, – che la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> finisce quest'anno.
            </p>
            <p>
               – Finisce? – le dissi. – Non è ancora cominciata.
            </p>
            <p>
               Mi fermai. Tesi l’orecchio e vidi gli occhi trasalire, l’<persName ref="#Elvira">Elvira</persName> raccogliersi, tutte tacere. –
               Qualcuno canta, – <persName ref="#Egle">Egle</persName> proruppe, sollevata.
            </p>
            <p>
               – Meno male
            </p>
            <p>
               – Che matti.
            </p>
            <p>
               Lasciai <persName ref="#Egle">Egle</persName> al cancello. Quando fui solo in mezzo alle piante, non trovai subito la strada.
               <persName>Belbo</persName> seguiva una sua pista e sbuffava tra i rovi. Andai vagamente, come si va sotto la luna,
               ingannato dai tronchi. Di nuovo, <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>, i rifugi, gli allarmi mi parvero cose remote, fantasie. Ma
               anche l’incontro che cercavo, quelle voci nell’aria, anche <persName ref="#Cate">Cate</persName> era qualcosa d’irreale. Mi chiedevo
               che cosa avrei detto se avessi potuto parlarne, per esempio con <persName>Gallo</persName>.
            </p>
            <p>
               Arrivai sulla strada che pensavo alla <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>, alle inutili morti. Il cortile era vuoto. Cantavano
               dal prato dietro la <placeName ref="#casa">casa</placeName> e, siccome <persName>Belbo</persName> era rimasto a mezza costa, nessuno s’accorse di me.
               Nell’ombra vaga rividi la griglia, i tavolini di pietra, la porta socchiusa. A mezz’aria, da un balcone
               di legno pendevano pannocchie dell’anno passato. Tutta la <placeName ref="#casa">casa</placeName> aveva un’aria abbandonata, quasi
               rustica.
            </p>
            <p>
               «Se <persName ref="#Cate">Cate</persName> esce fuori, – pensai, – tutto può dirmi, per vendicarsi».
            </p>
            <p>
               Fui sul punto di andarmene, tornare nei boschi. Sperai che <persName ref="#Cate">Cate</persName> non ci fosse, che fosse
               rimasta a <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>. Ma un ragazzetto girò l’angolo correndo, e si fermò. Mi aveva visto.
            </p>
            <p>
               – C’è nessuno? – gli dissi.
            </p>
            <p>
               Mi guardava esitante. Era un bianco ragazzo, vestito alla marinara, quasi comico in quello
               scialbo di luna. La prima sera non l’avevo notato.
            </p>
            <p>
               Andò alla porta e chiamò dentro. Disse: – Mamma –. Uscí <persName ref="#Cate">Cate</persName> con un piatto di bucce. In
               quel momento piombò <persName>Belbo</persName> di carriera, rotolandosi e schizzando nell’ombra. Il ragazzo si strinse
               alle gonne di <persName ref="#Cate">Cate</persName>, impaurito.
            </p>
            <p>
               – Scemo, – gli disse <persName ref="#Cate">Cate</persName>, – non è niente.
            </p>
            <p>
               – Siete ancor vivi? – dissi a <persName ref="#Cate">Cate</persName>.
            </p>
            <p>
               Lei s’era mossa verso la griglia per buttare le bucce. Si fermò a mezza strada. Girò la testa –
               era piú alta di un tempo – riconobbi il sorriso beffardo – Prende in giro? – mi disse. – Viene apposta
               per prendere in giro?
            </p>
            <p>
               – Ieri notte, – dissi. – Non vi ho sentiti cantare e credevo che fosse rimasta a <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>.
            </p>
            <p>
               –  <persName ref="#Dino">Dino</persName>, – disse al ragazzo. Gettò le bucce e lo mandò in casa col piatto.
            </p>
            <p>
               Quando fu sola, non rideva piú. Disse: – Perché non vai con gli altri?
            </p>
            <p>
               – È tuo figlio? – le dissi.
            </p>
            <p>
               Mi guardò senza aprir bocca.
            </p>
            <p>
               – Ti sei sposata?
            </p>
            <p>
               Scosse il capo con forza – riconobbi anche questa – e disse – A te cosa importa?
            </p>
            <p>
               – È un bel ragazzo, ben tenuto, – le dissi.
            </p>
            <p>
               – Lo accompagno a <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>. Va a scuola, – disse lei, – torniamo su prima di notte.
            </p>
            <p>
               Sotto la luna la vedevo bene. Era la stessa ma sembrava un’altra. Parlava sicura di sé, mi
               parve ieri che avevo portata a braccetto. Era vestita di una gonna corta, da campagna.
            </p>
            <p>
               – Tu non canti? – le dissi.
            </p>
            <p>
               Di nuovo quel sorriso duro, di nuovo quel gesto del capo. – Sei venuto a sentirci cantare?
               Perché non torni al tuo caffè?
            </p>
            <p>
               – Sciocca, – le dissi col sorriso che una volta non avevo. – Ancora ci pensi a quei tempi?
            </p>
            <p>
               Uscí di nuovo in cortile il ragazzo, e <persName>Belbo</persName> prese ad abbaiare. – Qui, <persName>Belbo</persName>, – gridai. <persName ref="#Dino">Dino</persName>
               passò, corse dietro alla <placeName ref="#casa">casa</placeName>.
            </p>
            <p>
               – Tu non lo credi, – dissi a <persName ref="#Cate">Cate</persName>, – ma la mia sola compagnia è questo cane.
            </p>
            <p>
               – Non è tuo, – disse lei.
            </p>
            <p>
               Allora le chiesi scherzando se di me sapeva proprio ogni cosa. – Io di te non so niente, – le
               dissi. – Che vita hai fatto, come vivi adesso. Lo sai che <persName>Gallo</persName> è morto in <placeName>Sardegna</placeName>?
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Cate">Cate</persName> mi disse: – Non è vero, – e restò male. Le raccontai com’era andata, e quasi piangeva.
            </p>
            <p>
               – È questa <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>, – disse poi, – questo schifo –. Non era piú lei. Guardava a terra, con la fronte
               aggrottata.
            </p>
            <p>
               – E tu cos’hai fatto? – le dissi, – sei poi stata commessa?
            </p>
            <p>
               Di nuovo storse la bocca e ribatté se m’importava. Eravamo di fronte. Le presi la mano. –
               Non vuoi dir mi la vita che hai fatto?
            </p>
            <p>
               Uscí una donna vecchia e tonda dicendo: – Chi c’è? – <persName ref="#Cate">Cate</persName> le disse ch’ero io, la vecchia
               venne per discorrere; in quel momento la luna andò sotto del tutto.
            </p>
            <p>
               –  <persName ref="#Dino">Dino</persName> è andato con gli altri, – disse <persName ref="#Cate">Cate</persName>.
            </p>
            <p>
               – Perché non gli cambi la marinara, – disse la vecchia. – Non sai che l’erba sporca?
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Cate">Cate</persName> disse qualcosa; io parlai della luna. C’incamminammo insieme verso il prato. Avevano
               smesso di cantare e ridevano. Nel breve tragitto imparai che la vecchia era nonna di <persName ref="#Cate">Cate</persName>, che quella
               casa era un’osteria, <placeName ref="#Fontane">Fontane</placeName>, ma con la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> non ci passava piú nessuno. – Se questa <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> non
               finisce, – diceva la vecchia, – tuo nonno vende e si va tutti sotto i ponti.
            </p>
            <p>
               Dietro la <placeName ref="#casa">casa</placeName> erano in pochi stavolta: <persName ref="#Fonso">Fonso</persName>, un altro, due ragazze. Mangiavano mele sotto
               un albero. Le staccavano dai rami bassi. Mangiavano e ridevano.  <persName ref="#Dino">Dino</persName> era fermo sull’orlo del prato,
               li guardava.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Cate">Cate</persName> andò avanti e gli parlò. Io restai con la vecchia nell’ombra della <placeName ref="#casa">casa</placeName>.
            </p>
            <p>
               – C’era piú gente l’altra notte, – dissi. – Sono restati a <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>?
            </p>
            <p>
               La vecchia disse: – Non tutti abbiamo l’automobile. C’è chi lavora fino a notte. I tram non
               vanno –. Poi mi guardò e abbassò la voce. – Chi comanda è gentaglia, – borbottò. – Gentaglia nera.
            </p>
            <p>
               Non ci pensano mica. In che mani ci hanno messo.
            </p>
            <p>
               Salutai <persName ref="#Fonso">Fonso</persName>, a distanza. Mi aveva gridato qualcosa agitando la mano. Gridavano tra loro,
               tirandosi mele e correndo. <persName ref="#Cate">Cate</persName> tornò verso di noi.
            </p>
            <p>
               Dalla <placeName ref="#casa">casa</placeName> chiamarono. S’era aperta una porta buia e qualcuno diceva: – <persName ref="#Fonso">Fonso</persName>, è ora.
               Allora tutti, le ragazze, i giovanotti, il bambino, ci corsero addosso, passarono, sparirono.
               La vecchia sospirò. – Mah, – disse muovendosi. – Anche quelli. Se si mettessero d’accordo.
            </p>
            <p>
               Tanto tra loro non si mangiano . Chi va di mezzo siamo noi.
            </p>
            <p>
               Restai solo con <persName ref="#Cate">Cate</persName>. – Non vieni a sentire la radio? – mi disse.
            </p>
            <p>
               Fece un passo con me, poi si fermò.
            </p>
            <p>
               – Non sei mica <orgName type="ideology" ref="#Fascisti">fascista</orgName> – mi disse.
            </p>
            <p>
               Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. – Lo siamo tutti, cara <persName ref="#Cate">Cate</persName>, – dissi piano. – Se
               non lo fossimo dovremmo rivoltarci, tirare le <objectName ref="#bombe">bombe</objectName>, rischiare la pelle. Chi lascia fare e
               s’accontenta, è già un <orgName type="ideology" ref="#Fascisti">fascista</orgName>.
            </p>
            <p>
               – Non è vero, – mi disse, – si aspetta il momento. Bisogna che finisca la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>.
            </p>
            <p>
               Era tutta indignata. Le tenevo la mano.
            </p>
            <p>
               – Una volta, – le dissi ridendo, – non le sapevi queste cose.
            </p>
            <p>
               – Tu non fai niente? Cosa fanno i tuoi amici?
            </p>
            <p>
               Allora le dissi che gli amici non li vedevo piú da un pezzo. Chi s’era sposato, chi trasferito
               chi sa dove. – Ti ricordi <persName>Martino</persName>? si è sposato in un bar.
            </p>
            <p>
               Ridemmo insieme di <persName>Martino</persName>. – Succede a tutti, continuai. – Si passano insieme dei mesi,
               degli anni, poi succede. Si perde un appuntamento, si cambia casa, e uno che vedevi tutti i giorni
               non sai nemmeno piú chi sia.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Cate">Cate</persName> mi disse ch’era colpa della <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>.
            </p>
            <p>
               – C’è sempre stata questa <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>, – le dissi. – Tutti un bel giorno siamo soli. Non è poi cosí
               brutto –. Lei mi guardò di sotto in su. – Ogni tanto si ritrova qualcuno.
            </p>
            <p>
               – E che cosa t’importa? Tu non vuoi fare niente e vuoi star solo.
            </p>
            <p>
               – Sí, – le dissi, – mi piace stare solo.
            </p>
            <p>
               Allora <persName ref="#Cate">Cate</persName> mi raccontò di sé. Disse che aveva lavorato, ch’era stata operaia, cameriera in
               albergo, sorvegliante in colonia. Adesso andava tutti i giorni all’ospedale, a fare servizio. La
               vecchia casa di <placeName>via Nizza</placeName> era crollata e morti tutti, l’anno prima.
            </p>
            <p>
               – Quella sera, – le dissi, – ti eri offesa, <persName ref="#Cate">Cate</persName>?
            </p>
            <p>
               Mi guardò con un mezzo sorriso, ambigua. Io, per puntiglio, piú che altro, dissi: – Dunque?
               Sei sposata, sí o no?
            </p>
            <p>
               Scosse il capo adagio.
            </p>
            <p>
               «C’è stato qualcuno piú villano di me», pensai subito, e dissi: – È tuo figlio il ragazzo?
            </p>
            <p>
               – E se fosse, – lei disse.
            </p>
            <p>
               – Ti fa vergogna?
            </p>
            <p>
               Alzò le spalle, come un tempo. Credevo ridesse. Invece disse a voce rauca, piano: –
               <persName ref="#Corrado">Corrado</persName>, lasciamola. Non ho voglia. Posso ancora chiamarti <persName ref="#Corrado">Corrado</persName>?
            </p>
            <p>
               In quel momento fui tranquillo. Capii che <persName ref="#Cate">Cate</persName> non pensava a riprendermi, capii che aveva
               una sua vita e le bastava. Le dissi: – Scema. Puoi chiamarmi come vuoi –. Mi venne <persName>Belbo</persName>
               sottomano e lo presi alla nuca.
            </p>
            <p>
               In quel momento dalla casa buia uscivano tutti, chiacchierando e vociando.
            </p>
         </div>
         <div type="capitolo_V">
            <p>
               Finí giugno, le scuole erano chiuse, stavo in <placeName ref="#collina">collina</placeName> tutto il tempo. Ci camminavo sotto il
               sole, sui versanti boscosi. Dietro le <placeName ref="#Fontane">Fontane</placeName>, la terra era lavorata a campo e vigna, e ci andavo
               sovente, in certe conche riparate, a raccogliere erbe e muschi, mia antica passione di quando
               ragazzo studiavo scienze naturali. A ville e giardini io preferivo la campagna dissodata, e i suoi
               margini dove il selvatico riprende terreno. Le <placeName ref="#Fontane">Fontane</placeName> era il luogo piú adatto, di là cominciavano i
               boschi. Vidi <persName ref="#Cate">Cate</persName> altre volte, di mattina e di sera, e non parlammo di noi; conobbi <persName>Fonso</persName>, conobbi
               gli altri da vicino.
            </p>
            <p>
               Con <persName ref="#Fonso">Fonso</persName> discutevo scherzando. Era un ragazzo, non aveva diciott’anni. – In questa <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>,
               – gli dicevo, – andremo sotto tutti quanti. Chiameranno te a vent’anni e me a quaranta. Come
               stiamo in <placeName>Sicilia</placeName>?
            </p>
            <p>
               <persName>Fonso</persName> faceva il fattorino in una ditta meccanica; ogni sera arrivava con madre e sorelle, e la
               mattina ripartiva a rompicollo in bicicletta. Era cinico, burlone, si accendeva di colpo.
            </p>
            <p>
               – Parola, – diceva, – se mi chiamano sotto, salta in aria il distretto.
            </p>
            <p>
               – Anche tu. Se la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> ti brucia. Si aspetta sempre che ci bruci, per svegliarci.
            </p>
            <p>
               – Se tutti quelli che van sotto si svegliassero, – diceva <persName>Fonso</persName>, – sarebbe già bello.
            </p>
            <p>
               L’anno prima, alle scuole serali, <persName ref="#Fonso">Fonso</persName> aveva preso gusto alle statistiche, ai giornali, alle
               cose che si sanno. Doveva averci colleghi, a <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>, che gli aprivano gli occhi. Della <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> sapeva
               tutto; non dava mai tregua: chiedeva qualcosa e già troncava la risposta con un’altra domanda.
               Discuteva con foga anche di scienza, di principi.
            </p>
            <p>
               Chiese a me, che parlavo, se fin che restavo borghese ero pronto a svegliarmi.
            </p>
            <p>
               – Bisogna avere la mano svelta, – gli risposi, – esser piú giovani. Cianciare non conta.
               L’unica strada è il terrorismo. Siamo in <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Fonso">Fonso</persName> diceva che non era necessario. I <orgName type="political" ref="#Fascisti">i fascisti</orgName> tremavano. Sapevano di aver perso la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>.
               Non osavano piú mandar gente sotto le <objectName>armi</objectName>. Cercavano soltanto l’occasione di mollare, di sparire
               nel mucchio, di dire «Adesso fate voi». Era come un castello di carte.
            </p>
            <p>
               – Tu credi? Hanno tutto da perdere. Soltanto morti molleranno.
            </p>
            <p>
               Gli altri, le donne, la nonna di <persName ref="#Cate">Cate</persName>, ascoltavano.
            </p>
            <p>
               – Se ti dice che sono carogne, – intervenne l’oste, – puoi crederci. Lui lo sa, lascia fare.
            </p>
            <p>
               Sapevano tutti alle <placeName ref="#Fontane">Fontane</placeName> ch’ero <roleName>insegnante</roleName>, <roleName>scienziato</roleName>. Mi trattavano con molto rispetto.
               Perfino <persName ref="#Cate">Cate</persName> qualche volta si prendeva soggezione.
            </p>
            <p>
               – Questo governo, – continuava il vecchio, – non può mica durare.
            </p>
            <p>
               – Ma è per questo che dura. Tutti dicono «È morto» e nessuno fa niente.
            </p>
            <p>
               – Tu, che dici? che cosa faresti? – chiese <persName ref="#Cate">Cate</persName>, seria.
            </p>
            <p>
               Tacquero tutti, e mi guardavano.
            </p>
            <p>
               – Ammazzare, – dissi. – Levargli la voglia. Continuare la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> qui in <placeName ref="#casa">casa</placeName>. Tanto quelli la
               testa non la cambiano. Soltanto se sanno che appena si muovono scoppia una <objectName ref="#bombe">bomba</objectName>, resteranno
               tranquilli.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Fonso">Fonso</persName> ghignava e stava per interrompere.
            </p>
            <p>
               – Tu lo faresti? – disse <persName ref="#Cate">Cate</persName>.
            </p>
            <p>
               – No, – risposi. – Ci sono negato.
            </p>
            <p>
               La vecchia di <persName ref="#Cate">Cate</persName> ci guardava coi suoi occhi offesi. – Gente, – diceva, – voi non sapete
               quel che costa. Non serve a nessuno caricarsi la coscienza. Moriranno anche quelli.
               Allora <persName ref="#Fonso">Fonso</persName> le spiegava che cos’era la lotta di classe.
            </p>
            <p>
               Ci andavo ormai quasi ogni sera alle <placeName ref="#Fontane">Fontane</placeName> e ascoltavo la radio con gli altri. Le mie due
               vecchie non volevano saperne di prendere <placeName>Londra</placeName>. – Non è permesso, – diceva l’<persName>Elvira</persName>. – Si
               sentirebbe dalla strada –. Si lamentava che girassi per i boschi anche di notte, nell’ora delle
               incursioni. Ce ne fu un’altra su <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>, spaventosa. Le due trovarono l’indomani una scheggia in
               frutteto, tagliente e pesante come un ferro di zappa. Mi chiamarono a vederla. Mi scongiurarono di
               non espormi. Allora dissi ch’era pieno d’osterie, che dappertutto si trovava ricovero.
            </p>
            <p>
               Capitare alle <placeName ref="#Fontane">Fontane</placeName> in pieno giorno mi dava un senso d’avventura. Sbucavo dal ciglione
               sulla strada solitaria, che un tempo era stata asfaltata. Ero a due passi dalla cresta e avevo intorno
               delle schiene bosco se. Tornavano in mente le macchine, i viandanti, i ciclisti, che ancora l’anno
               prima frequentavano quel passo. Adesso era raro un pedone.
            </p>
            <p>
               Mi trattenevo nel cortile a mangiar frutta o bere un sorso. La vecchia mi offriva il caffè,
               l’acqua e zucchero. Per poter pagare, comandavo del vino. A quell’ora non venivo lí per <persName ref="#Cate">Cate</persName>, non
               venivo per nessuno. Se <persName ref="#Cate">Cate</persName> c’era, la guardavo sfaccendare, le chiedevo che cosa si diceva a <placeName ref="#Torino">Torino</placeName>.
               In realtà mi soffermavo soltanto per il piacere di sentirmi sull’orlo dei boschi, di affacciarmi di lí a
               poco lassú. Nel sole di luglio, selvatico e immobile, il tavolino familiare, i visi noti, e quell’indugio
               di commiato, mi appagavano il cuore. <persName ref="#Cate">Cate</persName> una volta si affacciò alla finestra, disse – Sei tu – e non
               scese nemmeno.
            </p>
            <p>
               Chi non mancava mai, nel cortile o dietro la casa, era  <persName ref="#Dino">Dino</persName> suo figlio. Adesso, finite le
               scuole, era in mano della nonna, che lo lasciava gironzare, gli puliva la faccia con lo straccio e lo
               chiamava a far merenda. <persName ref="#Dino">Dino</persName> non era piú un ragazzo bianco e intontito, come quella notte. Adesso
               correva, tirava sassi, si rompeva le scarpe. Era magro e monello. Non so perché, mi faceva quasi
               pena.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Dino">Dino</persName> aveva i capelli negli occhi e una maglietta rattoppata. Con me si vantò molto della
               scuola e dei suoi quaderni colorati. Gli dissi che non studiavo come lui tante materie, ma che
               anch’io ai miei tempi avevo fatto i disegnini. Gli raccontai come avevo copiato pietruzze, nocciole,
               erbe rare. Gliene feci qualcuna.
            </p>
            <p>
               Quel giorno stesso mi seguí sulla <placeName ref="#collina">collina</placeName>, a raccogliere i muschi. Scoprendo i fiori della
               <persName>Veronica</persName>, fu felice. Gli promisi che l’indomani avrei portato la lente e lui voleva saper subito
               quanto ingrandisce.
            </p>
            <p>
               – Questi granelli color viola, – gli spiegai, – diventano come rose e garofani.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Dino">Dino</persName> mi trottò dietro verso <placeName ref="#casa">casa</placeName>, e voleva venire alla villa per provare la lente. Parlava senza
               inciampi, sicuro di sé, come si fa tra coetanei. Mi dava del voi.
            </p>
            <p>
               – Senti, – gli feci, – devi darmi del lei o del tu. Dammi del tu, come la mamma.
            </p>
            <p>
               – Sei anche tu come la mamma, – disse brusco, – volete che si perda la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>.
            </p>
            <p>
               Gli dissi allegro: – Del voi me ne dànno già a scuola.
            </p>
            <p>
               Poi dissi: – Ti piace la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>?
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Dino">Dino</persName>, contento, mi guardò. – Mi piacerebbe esser <roleName>soldato</roleName>. Combattere in <placeName>Sicilia</placeName> –. Poi mi
               chiese: – Faranno la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> anche qui?
            </p>
            <p>
               – C’è già, – gli dissi. – Degli <objectName>allarmi</objectName> hai paura?
            </p>
            <p>
               Nemmeno per sogno. Era stato a vedere le <objectName ref="#bombe">bombe</objectName> cadute. Sapeva tutto dei motori e dei tipi,
               e in casa aveva tre spezzoni. Mi chiese se sul campo di battaglia il giorno dopo si possono
               raccogliere pallottole.
            </p>
            <p>
               – Le vere pallottole, – dissi, – vanno a cadere chi sa dove. Sul campo rimangono soltanto i
               bossoli e i morti.
            </p>
            <p>
               – Nel deserto ci sono gli avvoltoi, – disse  <persName ref="#Dino">Dino</persName>, – che sotterrano i morti.
            </p>
            <p>
               – Li mangiano, – dissi. Lui rise.
            </p>
            <p>
               – Lo sa la mamma che vorresti far la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs>?
            </p>
            <p>
               Entrammo nel cortile <persName ref="#Cate">Cate</persName> e la vecchia erano sedute sotto gli alberi.
            </p>
            <p>
               <persName ref="#Dino">Dino</persName> abbassò la voce. – La mamma dice che la <rs type="event" ref="#guerra">guerra</rs> è una vergogna. Che i <orgName type="political" ref="#fascismo">i fascisti</orgName> hanno
               colpa di tutto.
            </p>
            <p>
               – Vuoi bene alla mamma? – gli chiesi.
            </p>
            <p>
               Alzò le spalle, come tra uomini. Le due donne ci guardavano venire.
            </p>
            <p>
               Non sapevo in quei giorni se <persName ref="#Cate">Cate</persName> approvava che stessi con <persName ref="#Dino">Dino</persName>. La vecchia sí – glielo
               toglievo dai piedi. <persName ref="#Cate">Cate</persName> lo guardava sorpresa girarmi intorno, raccogliere fiori, strapparmi la lente di
               mano, e qualche volta lo richiamò vivamente, come si fa coi bambini che mancano di rispetto agli
               adulti.  <persName ref="#Dino">Dino</persName> taceva, s’aggobbiva, e continuava a bassa voce. Poi correva a mostrarle i disegni o le
               parti di un fiore. Le gridava che gli avrei portato un libro di piante. <persName ref="#Cate">Cate</persName> lo prendeva, gli aggiustava
               i capelli, gli diceva qualcosa. Io quasi preferivo le volte che <persName ref="#Cate">Cate</persName> era via.
            </p>
            <p>
               Pensai che <persName ref="#Cate">Cate</persName> era gelosa di suo figlio. Una sera la colsi che mi guardava con un’ombra di
               scherno. – <persName ref="#Cate">Cate</persName>, ti faccio proprio schifo? – le dissi piano, canzonando. Si sentí presa alla sprovvista
               e abbassò gli occhi e la voce. – Perché? – balbettò, lei che di solito troncava quei discorsi.
            </p>
            <p>
               – Eravamo ragazzi, – le dissi. – Le cose non si sanno mai a tempo.
            </p>
            <p>
               Ma già lei rialzava la faccia e parlava attraverso il cortile
            </p>
            <p>
               Poco dopo mi disse: – Lo sanno le tue donne che ti abbassi a parlare con noi? Glielo dici
               tornando la notte che sei stato all’ <placeName ref="#Fontane">osteria</placeName>? Com’è che si chiama quella storta che vuole sposarti?
               l’<persName>Elvira</persName>?
            </p>
            <p>
               Le avevo raccontato queste cose scherzandoci. – Che ti piglia? – le dissi. – Vengo con te
               perché mi piace. Mi piacete tutti quanti. Giro i boschi e le strade. Sto bene con voi come sto bene in
               <placeName ref="#collina">collina</placeName>.
            </p>
         </div> 
      </body>
  </text>
</TEI>
