id: RE-04 epoca: resistenza autore: Piero Calamandrei titolo: Discorso sulla Resistenza ad Ivrea data: 4 aprile 1954 pronunciato_in: Piazza di Ivrea fonte: Rivista Democrazia e Diritti Sociali / Archivio ISRT url: https://www.democraziaedirittisociali.it/wp-content/uploads/2024/03/Trascrizione-Discorso-sulla-Resistenza.pdf --- DISCORSO SULLA RESISTENZA PRONUNCIATO DA PIERO CALAMANDREI NELLA PIAZZA DI IVREA IL 4 APRILE 1954* Sempre quando mi ritrovo tra voi, partigiani piemontesi, mi accorgo di respirare un’altra aria: un’aria di montagna, dove gli uomini sono duri e quadrati come le rocce del picco alpino, ostinati ed attenti come coloro che sono abituati a inerpicarsi sulle insidie del ghiacciaio e umana mente solidali e fraterni, come chi sente che la vita è una grande cordata, dove la sorte di ognuno, nella salvezza e nella morte, è legata alla sorte del compagno. La Resistenza ha avuto in ogni regione d’Italia il suo volto riconoscibile, ma il volto della Resistenza piemontese è quello dove meglio si legge il senso della maschia decisione e della pacata responsabilità. L’impeto giovanile delle prime pattuglie di gappisti lanciate allo sbaraglio nell’Italia centrale è diventato in Piemonte, dopo due inverni, la pacata esperienza manovratrice di un grande esercito partigiano. Qui veramente viene in mente, ancora una volta, la risposta data da Vittorio Amedeo II agli emissari di Luigi XIV: «Batterò col piede la terra e n’usciranno soldati da ogni banda». Anche nella Resistenza i partigiani piemontesi sono usciti dalla terra «da ogni banda», ma non c’è stato bisogno che vi fosse un principe a battere col piede perché è bastato, a suscitare l’adunata, il battito del grande cuore popolare. Ma, amici, questo ricordo storico così calzante non sono io il primo a rievocarlo. Esso fu già rievocato in un memorando discorso tenuto alla presenza del Presidente della Repubblica da uno di voi, oh amici piemontesi, da un vostro capo, che ormai ha preferito andarsene anche lui, per sempre, verso la sua montagna, Livio Bianco. Io lo ricordo, quando parlai a Cuneo, ritto dinanzi a me, tra il pubblico. E ogni tanto, mentre io rievocavo gli episodi di quella lotta partigiana di venti mesi, lo vedevo sorridere con quel suo sorriso così distaccato e pensoso, con quei suoi occhi lucidi come di pianto contenuto, come se vedesse dentro di sé, oltre la vita, care immagini che gli facevano cenno da lontano e lo richiamavano con loro e alle quali sentiva di appartenere. Con Duccio Galimberti, con Guglielmo Jervis, con tutti i partigiani rimasti per sempre tra le nevi immacolate inaccessibili ai vivi, nella baita incantata *Digitalizzazione del vinile e trascrizione del discorso a cura di Giulio Donzelli. La digitalizzazione del vinile è qui disponibile. Democrazia e Diritti Sociali 1 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza dei morti, dove sono ancora adunati i montanari rimasti lassù per far la sentinella alla libertà e ricantano la loro canzone: Lassù sulla montagna Bandiera nera L’è morto un partigiano Nel far la guerra. Anche Livio se n’è andato con loro nella baita del sogno. E forse, lui, è felice. Ma noi, ancora vivi, ancora attaccati alle nostre delusioni e alle nostre risse, quali giustifica zioni abbiamo da dare a quei morti che vigilano su di noi, che ci ricordano i nostri impegni e che dopo dieci anni col loro silenzio ci chiedono conto della nostra vita? Ricordate le parole estreme, come un sospiro, scalfite con uno spillo da Guglielmo Jervis sulla copertina di quella Bibbia che fu ritrovata sul luogo della fucilazione: «Non piangetemi, non chia matemi povero. Muoio per aver servito un’idea». Per aver servito un’idea. Ma oggi, dopo dieci anni, anche lui domanda a noi vivi: «Che ne avete fatto di questa idea, di questa idea per la quale noi siamo morti? Che ne avete fatto voi vivi, che ne farete, come avete mantenuto in questi dieci anni, come manterrete la fedeltà a questa consegna che i morti vi hanno trasmesso per l’avvenire?». Ma mai come questa volta è vero che far la celebrazione del passato vuol dire guardare dentro di noi e fare il nostro esame di coscienza. Eppure, in queste celebrazioni, la rievocazione del passato è quello che conta meno; quello che conta veramente è di confermare l’impegno per l’avvenire. In queste commemorazioni ci illudiamo di esser noi, qui vivi, che celebriamo i morti e non ci accor giamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinanzi a un tribunale invisibile, a render conto di quello che in questi dieci anni abbiamo fatto per non essere indegni di loro, noi vivi. In tutte le celebrazioni torna, ripetuta in cento variazioni oratorie, una verità elementare che nelle lettere dei condannati a morte riaffiora come una naturale e semplice certezza: che i morti non hanno considerato la loro fine come una conclusione, come un punto d’arrivo, ma piuttosto come un punto di partenza, come una premessa che doveva segnare ai superstiti il cammino verso il futuro. Questa non è una frase retorica, non è un artificio pietoso destinato a consolare le madri per averli perduti. È che veramente noi sentiamo, quasi con la immediatezza di una percezione fisica, che quei morti sono entrati a far parte della nostra vita, come se morendo avessero arricchito Democrazia e Diritti Sociali 2 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza il nostro spirito di una presenza silenziosa e vigile, con la quale ad ogni istante, nel segreto della nostra coscienza, dobbiamo tornare a fare i conti. Quando pensiamo a loro per giudicarli, per esal tarli, ci accorgiamo che sono loro che giudicano noi e che è la nostra vita che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante alla loro morte e che dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre. Dieci anni fa, nel 1944, proprio in questi giorni d’aprile, fu scritta una delle pagine più ful gide della Resistenza piemontese. L’intero Comitato militare composto dei rappresentanti del CLN di Torino cadde per tradimento nelle mani dei fascisti repubblichini. Il processo si iniziò il 2 aprile nell’aula della Corte di Assise di Torino. La sentenza fu pronunciata il 3 aprile, dieci anni fa, in questi giorni. Dieci anni fa, in questo momento, gli otto condannati a morte erano alla prigione in attesa dell’esecuzione, che avvenne il giorno dopo. All’alba del 5 aprile, lo stesso giorno, il 5 aprile, in cui cadeva a Cuneo un altro figlio della Serra, Sandro Delmastro, il 5 aprile, al poligono del Martinetto, da un plotone fascista – da un plotone fascista – gli otto condannati a morte vennero fucilati. In un giornale clandestino dei partigiani, la notizia di questa fucilazione – Il Partigiano al pino, n. 2 dell’anno I – fu data in questi termini: «La mattina del 5 aprile sono stati fucilati a Torino: Balbis, ufficiale; Biglieri, ufficiale; Bevilacqua, ufficiale; Braccini, professore universitario; Giachino, studente; Giambone, tornitore meccanico; Montano, ufficiale; Perotti, generale. Arre stati, dopo quattro giorni deferiti al tribunale speciale, giudicati senza istruttoria e in violazione di tutte le leggi, il loro comportamento è stato esemplare. Tutti hanno rivendicato la loro responsabi lità di dirigenti della guerra di liberazione nazionale. Dopo la lettura della sentenza, il generale Perotti ordinava: “Signori ufficiali, attenti! Viva l’Italia libera!”». Questo annunzio sul giornale partigiano terminava con queste parole: «La lotta proseguirà inesorabile». E infatti un nuovo comando clandestino prese il posto di quello massacrato e la lotta continuò inesorabile. E altri caddero e furono sostituiti dai sopraggiunti e la lotta continuò ineso rabile. E alla fine Tedeschi e fascisti furono cacciati con eterna ignominia. Ma in questo processo e in queste fucilazioni di dieci anni fa già si incontrano, come raccolti in un episodio tipico, i caratteri morali e sociali più tipici e inconfondibili della guerra partigiana. Intanto già si vede dalla semplice enunciazione dei nomi che vi ho letto e dalle professioni di questi otto fucilati che componevano il primo comitato militare piemontese la novità di questa guerra, che non fu guerra di militari di carriera, inquadrata da ufficiali in servizio, ma guerra di popolo, Democrazia e Diritti Sociali 3 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza guerra di borghesi, in cui un umile operaio poteva contare nello steso comando quanto un generale. Nello stesso comando c’era Balbis, ufficiale in servizio attivo permanente; Braccini, professore uni versitario; Giachino, studente di economia e commercio; Giambone, tornitore meccanico linotypi sta; Perotti, generale del genio. Questa fu veramente la prima apparizione di quel nuovo esercito informato allo «spirito democratico della Repubblica» di cui oggi parla l’articolo 52 della nostra Costituzione. Di questo esercito creato dall’iniziativa di un popolo pacifico, che quando l’ora giunse, senza bisogno di bandi e di richiami, si trovò pronto a combattere per riconquistare col proprio sangue la libertà e la dignità. E tanto più significativo è vedere che in questa insurrezione di popolo ci furono, alla testa dei primi comandi partigiani, generali, come il generale Perotti, o ufficiali, come Biglieri, Bevilacqua, Montano, che, bruciando di sdegno per il cedimento delle illusorie armate fasciste fatte di fantocci gallonati agli ordini di una criminale follia, si accorsero che per salvare l’onore del vero esercito italiano, di quello che lasciò nella prima guerra mondiale seicentomila morti, l’unica via era quella della montagna, dove i giovinetti partigiani ritrovarono la tradizione dei vecchi alpini di Cesare Battisti. Quando io ricordo questo mi consolo guardando su in alto alla luminosa figura del generale Perotti e a quelle di cento e cento ufficiali dell’esercito regolare, che dopo l’8 settembre accorsero a dare alle prime bande partigiane l’aiuto della loro autorità e della loro esperienza tecnica. Penso a uomini come il vostro Nuto Revelli, che, tornando dalle tragiche esperienze della campagna russa con tutto lo sdegno e con tutto il disperato dolore che riportarono con sé, chiuso nel cuore, i pochi superstiti, sentì che la continuità dell’esercito italiano, che pareva miseramente dissolta nelle caserme abbandonate e nella fuga dei comandanti supremi, poteva ancora salvarsi su queste montagne e che l’onore delle armi italiane, più che ai cento cannoni ceduti al nemico senza combattere, era ormai affidato al mitra impugnato dalla mano borghese e solida del partigiano. Ma io vorrei anche ricordarvi, amici di Ivrea, che in questo episodio della fucilazione del generale Perotti e dei suoi sette compagni caduti dieci anni fa risalta in maniera esemplare quel carattere che si può dire religioso della Resistenza: quel senso del sacrificio, dell’altruismo, della fraternità, dell’umanità pacifica e civile che fa di questa guerra partigiana la più decisa e virile, ma anche la più antiguerresca delle guerre. Questi uomini non erano uomini feroci, sanguinari, amanti del pericolo per folle spirito d’avventura. Erano uomini semplici e normali, buoni padri e buoni mariti, amanti della pace, della dolce vita di tutti i giorni, che dopo una giornata di lavoro trova la Democrazia e Diritti Sociali 4 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza sua consolazione nella quiete raccolta della famiglia. Questi uomini che si sono sacrificati per salvare sulle montagne e in pianura l’onore d’Italia non avevano la pazzia di voler “vivere pericolosamente”. Essi non hanno mai pronunciato la bestemmia, uscita dalla bocca di un folle, il quale osò dire che la guerra è per i popoli ciò che la maternità, la santa maternità, è per la donna. Le lettere scritte prima di morire da questi otto fucilati ai loro genitori, alle loro mogli, ai loro bambini non si possono leggere senza piangere. Non sono lettere di incoscienti andati alla morte con cieca esaltazione, sono lettere di uomini consapevoli, che vanno alla morte ben conoscendo la dolcezza, il valore di tutti i beni a cui rinunciano, di tutti i beni che lasciavano nella vita. Scrive Braccini: «Non ho perso la mia vita incoscientemente, ho cercato di salvarmela per te – scrive alla moglie – per la mia bambina, per la mia fede. Ma per la mia fede occorreva la mia vita. L’ho data con gioia. Tu e la bambina mi perdonerete. Il mondo migliorerà, siatene certe, e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette». E Giachino, lo studente, ai genitori: «Mi dispiace di non aver potuto coronare il mio sogno, una vita dolce con voi, con lei – con la sua fidanzata – con qualche figlio che avrebbe allietato la nostra vita, ma purtroppo non è stato così». E l’operaio tornitore Giambone alla moglie: «In questo momento rivedo come se li rivivessi i ventun anni del nostro grande amore, amore che è confuso e rinnovato nei nostri figli. Non vedo una differenza, una mancanza di continuità – guardate, è un operaio il linotypista che scrive, guar date che altezza, che nobiltà – una mancanza di continuità fra il nostro ardente amore giovanile ed il calmo amore della nostra maturità, che si esprime colla passione che tutti e due abbiamo riservato alla nostra Gisella». E il generale Perotti alla moglie: «Ho la coscienza di aver voluto a te, alle mie creature belle tutto il bene che il mio cuore era capace di dare, e voi mi avete dato tante gioie ed un immenso desiderio sempre di avervi vicine, di godervi, di sentirvi. Non ho l’impressione di andarmene per sempre, ma di allontanarmi come ho sempre fatto, di sognare in viaggio voi e la mia casa e di pensare al mio ritorno in famiglia. Sono certo che questo senso di serena fiducia mi accompagnerà fino all’ultimo momento». Vedete, erano uomini semplici, uomini buoni, uomini buoni! Uomini pacifici. Sapevano che l’uomo è fatto per il tranquillo lavoro, per l’amore e per la famiglia. Ma sapevano anche che vi sono beni più alti e più sacri della vita e dell’amore e che l’uomo onesto, senza darsi arie da eroe, senza Democrazia e Diritti Sociali 5 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza spavalderie, dev’esser pronto a rinunciare all’amore e alla vita quando si tratta di salvare la pace e la civiltà e la libertà, per i figli e per i figli dei figli. Di queste prove di lucida e pacata abnegazione che affronta la morte non per cieco furore, ma con meditato spirito di sacrificio e con piena consapevolezza del valore della vita a cui si rinun zia, è piena, oh cittadini e partigiani del Canavese, la storia della guerra di liberazione nelle vostre valli. Di questa storia io non posso oggi qui rievocare in una breve ora ad una ad una le vicende, né ricordare ad uno ad uno gli episodi di eroismo in cui caddero o si distinsero i migliori di voi, non posso ricordare ad uno ad uno le gesta dei vostri caduti, i nomi dei comandanti della seconda e della terza Zona del Corpo dei Volontari della Libertà, i capi delle Divisioni che operarono in queste valli, la sesta Divisione Alpina G.L., la quarta Divisione Garibaldi, le Brigate Matteotti, la Divisione Autonoma Val d’Orco, formazioni di varia ispirazione politica, ma tutte concordi e ga reggianti di valore nel difendere la libertà in queste valli. Né io posso qui rifare la storia dei venti mesi di lotta, colla prova dei due inverni, colla ripresa di due primavere, e il seguito di azioni e di rappresaglie, di attacchi e di rastrellamenti, di astuzie e di ardimenti, di fatiche, di sangue e di vittorie contro i Tedeschi, contro i fascisti, contro la fame, contro le valanghe, contro lo sconforto, e di tenacia e di fede mai spenta. Non mi basterebbero ore se volessi ricordare ad uno ad uno gli episodi di valore, di abnegazione, di umanità di cui è piena la guerra partigiana di queste valli. Le medaglie d’oro: Educ, Ghione, Jervis, Maccheraldo, Pedro, Titala; le medaglie d’argento: Luigi Viano, detto Bellardi, comandante della Divisione Alpina, il maresciallo dei carabinieri Mario Costa, detto il Diavolo Nero, Ponzetto. E ricordare tutti i morti, i sospiri di bontà detti prima di morire, gli esempi di fermezza, le più semplici voci di umanità scritte un istante prima di offrire il petto alla fucilazione. Ma io oggi, che non sono uno storico, voglio rievocare soltanto, prima di finire, due episodi nei quali meglio mi pare che si riveli questo carattere di civiltà, di umanità, di responsabilità che ebbe la lotta di liberazione in tutta Italia, ma specialmente nel Piemonte, e specialmente in questa valle, specialmente qui a Ivrea, dove dopo la liberazione non avvenne alcun episodio di giustizia sommaria. Il primo episodio è di gente umile, di quei ragazzi che furono catturati al Berchiotto di Val Soana e furono fucilati: tre sul posto dove erano stati presi il 21 ottobre 1944 e gli altri tre il giorno dopo al comando. Erano sei ragazzi, contadini e operai: Bandiera (Pasquale Educ), Aldo, Mario, Democrazia e Diritti Sociali 6 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza Druetto, Remo e Modesto. Don Bongera, il parroco che li vide morire, raccontò la loro fine. E c’è chi, riferendo le sue parole, l’ha rinarrata in un suo libro. Bandiera – magnifico figliolo, pieno di forza, di salute, di allegria e di voglia di vivere – nei due giorni di prigionia che precedettero la morte seppe entrare nel cuore persino del capitano tede sco, che tentò di salvarlo telefonando per un’ora al comando, ma invano. Era una di quelle creature che si fanno amare per la loro bellezza, per la vitalità che da essa emana. Affrontò sereno la sentenza di morte. Gli si offrì ancora una possibilità di fuga che egli scartò dopo un attimo di esitazione, perché la sua fuga sarebbe stata pagata dal parroco con la vita e da tre villaggi, che sarebbero stati incendiati. Al parroco che gli somministrava i sacramenti disse: «Dica al mio comandante che ho fatto il mio dovere fino all’ultimo, che muoio tranquillo e che il mio ultimo pensiero è per lui e per i miei cari». E al comandante tedesco, prima della morte, disse: «Voi uccidete il mio corpo, ma la mia anima, tra poco, si ricongiungerà alle anime degli altri caduti per la Patria. Viva l’Italia!». Il parroco, che riferì tutto questo, disse che mai avrebbe supposto in un contadino di diciotto anni una tale altezza d’animo, una tale profondità e saldezza morale. Aldo e Mario furono fucilati insieme al Berchiotto dove erano stati catturati. Anch’essi furono assistiti dal parroco ed anch’essi si comportarono da soldati e da uomini. Il parroco li invitò, se condo il rito di Santa Madre Chiesa, a fare una morte perfetta, a morire cioè perdonando gli ucci sori. E Aldo, uscendo di chiesa, abbracciò un piccolo soldato tedesco, forse ancora più giovane di lui, e lo baciò su ambo le guance. Era il soldato che era stato di guardia l’ultima notte e che aveva con lui diviso il proprio tabacco. Vidi io, coi miei occhi, il piccolo tedesco piangere come un fan ciullo. Morì, diritto, serio in volto, dopo aver chiamata un’ultima volta la madre. E questi non sono episodi isolati perché in ogni regione, si sente raccontare, è successo cento volte che quando un partigiano, un umile popolano, è andato incontro al fuoco del plotone tedesco, prima di cadere, ha gridato: «Tedeschi, io muoio anche per voi. Viva l’Italia, viva la Germania libera!». L’altro episodio è quello del ponte, del ponte sulla Dora, del ponte di Ivrea. Sono andato a vederlo stamani prima di venir qui. Le rive strapiombano verso il fiume. L’acqua, nella stretta, nei giorni di piena, dev’esser vorticosa. Il ponte, voi lo sapete, aveva una grande importanza militare e strategica, perché su di esso passava e passa la linea ferroviaria Torino-Aosta, da cui arrivavano i carichi di acciaio di Cogne, che alimentavano la fabbricazione delle armi tedesche. Gli Alleati erano decisi a farlo saltare a forza di bombardamenti aerei, ma farlo saltare avrebbe voluto dire distruggere Democrazia e Diritti Sociali 7 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza la città di Ivrea, perché il ponte è al centro della città e le bombe dal cielo, prima di colpire il bersaglio, seminano la distruzione d’intorno. La missione inglese clandestina di stanza nel Canavese aveva avvertito i partigiani di G.L.: l’aviazione alleata ha deciso di bombardare il ponte. Allora i partigiani di G.L. chiedono agli Alleati di attendere fino al 31 dicembre. Siamo al 24 di dicembre, prima di allora a distruggere il ponte ci avrebbero provveduto loro, senza sacrificare la città. L’im presa viene assunta da una pattuglia di alcuni uomini della VII divisione G.L. al comando di Mario Pellizzari, detto Alimiro. L’impresa sembra folle. Il ponte è proprio al centro dell’abitato, a poca distanza dall’albergo Dora, dove alloggiano i comandi tedeschi, vigilatissimo da pattuglie tedesche e fasciste, che passeg giano di qua e di là lungo la strada e sul ponte, che sanno bene la importanza essenziale di esso, di quel ponte da cui si attendono, stanno per passare, provenienti da Cogne, convogli di centoventi vagoni di materiale. È la notte tra il 24 e il 25 dicembre 1944, notte freddissima e buia. Bisogna cogliere, per far saltare il ponte e per risparmiare vittime umane, l’intervallo preciso tra due treni. Da poco è passata la mezzanotte, l’ora in cui i credenti sono rimasti desti a celebrare in casa, nell’ombra, la speranza di un altro Natale che arriva. Sul ponte metallico si sente il passo cadenzato delle sentinelle tedesche. E allora questo gruppo di animosi, colla mente chiara e risoluta, questo gruppo di animosi, e so prattutto due, Alimiro e d’Artagnan, con una meticolosa preparazione che ha calcolato ogni passo, ogni mossa, ogni gesto, che ha tenuto conto di ogni minuto, scivolano, rattenendo il respiro, sulla riva dirupata, si inerpicano con miracoli di equilibrio da scalatori di roccia fino al ponte metallico, fino all’armatura. E Alimiro e d’Artagnan, con meditate acrobazie, rimangono attaccati come ragni al soffitto a queste travature di ferro, colla Dora che rumoreggia sotto di loro, lavorando a tasto, disarmati, perché l’urto di un mitra avrebbe potuto produrre un rumore che li avrebbe svelati, a tasto, disarmati, a mettere a posto il plastico esplosivo, per due ore, cercando di non tradirsi neanche con un colpo di tosse, neanche con uno stridio di lima, restando aggrappati alla campata, ratte nendo il respiro, quando lì sulla strada, a pochi passi, sentono risuonare il passo degli scarponi tedeschi. E alla fine, dopo due ore di silenzioso lavoro, l’esplosivo è innescato, circonda il ponte. Gli uomini toccano l’ordigno che serve da miccia, che dopo mezz’ora provocherà l’esplosione, e scompaiono nel buio. E dopo mezz’ora puntuale, un istante prima che il treno passi, con un enorme boato, il ponte si china, il ponte si spezza netto a metà e l’acciaio non passerà più, e Ivrea è salva. È crollato, ma meglio che crollato o saltato, diremo che si è dolcemente inclinato, senza lanciare Democrazia e Diritti Sociali 8 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza intorno un’esplosione di schegge, senza che le macerie producessero neanche una scalfittura alle case della cara città. Cittadini di Ivrea, io vengo da una città, Firenze, che era particolarmente affezionata e gelosa della bellezza dei suoi ponti. Specialmente del Ponte Santa Trinita, che era certo il più bel ponte d’Italia, forse il più bel ponte del mondo, e quegli assassini, tedeschi e fascisti, ce l’hanno distrutto senza neanche una ragione di guerra o di sicurezza, solo per brutale malvagità di criminali, solo per il gusto di infliggere al centro di una città unica come Firenze questa ferita irrimediabile. Ora io metto a paragone la barbara bestialità di quei distruttori dei nostri ponti di Firenze con la meditata e umana abnegazione di Alimiro e di d’Artagnan e dei suoi compagni, quando riuscirono a inter rompere così il ponte di Ivrea. La distruzione bestiale e insensata dei ponti di Firenze resta scritta, a titolo di infamia eterna, nella storia di Kesselring e della Repubblica di Salò. Nella storia della guerra partigiana noi siamo fieri invece di poter iscrivere la meditata ed umana distruzione del ponte di Ivrea. Questa operazione è un esempio unico di coraggio ragionevole e di chiaroveggente prepa razione tecnica, è un eroismo di ingegneria partigiana. Questo è, oh partigiani del Canavese, un episodio di cui dovete esser fieri, perché esso dimo stra, con un’evidenza esemplare, che la guerra partigiana non fu espressione di bestiale accanimento distruttivo, ma meditato e pacato calcolo di responsabilità civile, di collaborazione dei cittadini alla salvezza delle loro città. Cittadini e partigiani del Canavese, a dieci anni dalla Resistenza, non curiamoci delle ama rezze e delle delusioni, non guardiamo nelle bassure. Alziamo la testa verso il cielo, il cielo puro del Piemonte, sul quale si profilarono come monumenti i partigiani, fermi in sentinella sulle rupi che sbarrarono le vie ai Tedeschi, il cielo sereno verso il quale si alzarono in un ultimo sguardo gli occhi di Jervis e di tutti i cento e cento nostri caduti. Questo, cittadini, è il cielo del nostro paese, il cielo delle nostre montagne, il cielo dei nostri mari. Sotto questo cielo scorrono i nostri fiumi, fumano le nostre officine, verdeggiano i nostri campi. Questo è il cielo sotto il quale vive e lavora da mil lenni, di generazione in generazione, il popolo italiano, che col suo lavoro, col suo pensiero, col suo canto vuol collaborare in libertà cogli altri popoli liberi a mantenere e a far progredire la civiltà e la pace. Tutto qui ci è familiare, tutto qui è nostro, e carezzato e portato a perfezione dal nostro gusto e dal nostro studio. Tutto, perfino le nuvole bianche che volano in cielo sembrano fatte col pennello umano, le nuvole sulle quali i nostri pittori hanno immaginato che passeggino gli angeli coll’aureola Democrazia e Diritti Sociali 9 (e-ISSN 2610-9166) Discorso sulla Resistenza d’oro. Eppure, oh cittadini, anche su questo cielo potrebbero sorgere domani nubi estranee, foriere di nuovi cataclismi. Voi lo sapete: qualche giorno fa in un mare di un altro emisfero, ma questo potrebbe domani accadere nel nostro mare, una barca di pescatori, che pacificamente attendevano nello sconfinato azzurro al loro lavoro, videro improvviso sull’orizzonte dalla parte occidente, dove ogni sera il sole si tuffa, levarsi all’improvviso, come se fosse tornato indietro, un altro sole, sangui gno, ravvolto in un’immane colonna di fumo che invase minacciosa il cielo. E poco dopo, su quel mare puro e tranquillo dove gli uomini lavoravano in pace – gli uomini che lavorano in pace sono tutti nostri fratelli – arrivò la nuvola sprigionata dagli inesorabili sperimentatori dalla quale sugli innocenti ignari cominciò a piovere la cieca condanna a morte mandata a portare agli uomini sull’ala del vento il messaggio della nuova civiltà. Uomini della Resistenza, facciamo di tutto, ciascuno di noi quanto è in noi, perché questo cielo nostro e i cieli di tutto il mondo restino immuni da queste nubi scellerate che si affacciano sull’orizzonte da una parte e dall’altra. Tornate, coi vostri spiriti desti, a far la guardia sulle nostre rupi. Giungono da ogni parte del mondo ogni giorno annunci di spaventevoli cataclismi che si preparano, ma se gli uomini della Resistenza in tutto il mondo ricorderanno quella loro fraternità di allora, quelle bande di fratelli, dove erano accanto l’italiano e il jugoslavo, l’americano e il russo, il francese e il polacco, se ricorderanno che difronte al pericolo tutti erano allora uniti, gli annunci dei nuovi cataclismi rimarranno vani. Amici della Resistenza, occorre resistere ancora, occorre non disperare. Non diciamo che siamo in pochi, non lasciamoci vincere dal fatalismo. Anche Jervis, quando l’8 settembre del ’43 partì per la montagna, era solo e bastò la sua fede a creare un esercito. Uniamoci ancora, noi uomini liberi e pacifici, per scongiurare dal nostro cielo e dai cieli del mondo le condanne a morte che pesano sull’umanità. Ricordiamo ancora, terminando, le dolci parole che scrisse Braccini, già ve le ho dette, prima di essere fucilato: «Il mondo migliorerà, il mondo migliorerà, siatene certi. E se per questo sarà necessaria la nostra vita, saremo per questo benedetti».